La Corte di Cassazione è ancora intervenuta sull’importanza del consenso informato nelle prestazioni medico – sanitarie anche nelle ipotesi in cui tali prestazioni, necessarie sul piano terapeutico ma non urgenti, si siano rivelate risolutive della patologia del paziente.
La Suprema Corte, infatti, è giunta a stabilire che la lesione del diritto al consenso informato, ovvero, riprendendo le parole della Corte, “del diritto ad essere informati sulla direzione dell’attività medica sulla propria persona ed a consentirla, all’esito dell’informazione, prestando il consenso, che in tal modo risulta espresso sulla base della conoscenza da parte del paziente delle implicazioni, dei rischi e delle conseguenze dell’attività stessa e, quindi, esprime un atto di disposizione della propria persona in senso psico-fisico risalente ad una volontà del paziente consapevole)”, si realizza “per il sol fatto che egli – (rectius il medico) – tenga una condotta che lo porta al compimento sulla persona del paziente di atti medici senza avere acquisito il suo consenso“.
A nulla può rilevare la circostanza che la prestazione eseguita dal medico sul paziente, priva del necessario consenso, sia stata risolutiva della patologia del paziente e finanche l’unica possibile, qualora la sua esecuzione non avesse un carattere d’urgenza o comunque da non consentire l’acquisizione del consenso del paziente.
Tale circostanza, infatti, ha privato il paziente della “possibilità di autodeterminarsi e di beneficiare della diminuzione della sofferenza psichica conseguente all’autodeterminazione” che non risultano, in alcun modo, “compensate dall’esito favorevole dell’interventotale esito favorevole avrebbe potuto comunque essere conseguito all’esito di una situazione psichica del paziente, che, in quanto determinata dalla constatazione che anche altrove le si consigliava lo stesso intervento e che, dunque, esso si presentava veramente ineluttabile, meglio sarebbe stata predisposta ad accettare le conseguenze demolitorie dell’intervento“.

(18.11.2015)

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