Lo zio di Cicero si ammala per via del fumo…passivo

Cicero è molto dispiaciuto. Suo zio Mevio, a cui è molto affezionato, si è ammalato gravemente: i medici gli hanno riscontrato un tumore alla faringe, che potrà essere rimosso chirurgicamente ma che lo renderà comunque invalido in modo permanente, come già anticipatogli dai medici.

<Lo zio ha avuto davvero sfortuna> pensa Cicero mentre si sta recando a trovarlo <Ha smesso di lavorare un anno fa, avrebbe potuto vivere serenamente e in piena salute la sua vecchiaia e invece…>

Giunto a casa di Mevio, Cicero lo saluta cercando di mascherare il più possibile la sua emozione: <Ciao zio! Come stai?>

<Mi sto rassegnando. So che la mia vita, dopo l’operazione, non sarà più quella di prima e sto cercando di farmene una ragione ma non è facile. Come posso essermi ammalato di tumore alla faringe se non ho mai fumato?>

<E’ vero, zio, ci ho pensato anch’io e inizialmente non ne venivo a capo. Poi, però, mi è venuto in mente che tu hai lavorato alle dipendenze della società Alfa per ben vent’anni, chiuso in quel piccolo ufficio insieme a Sempronio e Caio che sono sempre stati degli accaniti fumatori di sigarette. Ricordo che mi è capitato di venirti a trovare sul posto di lavoro e mi sono chiesto come tu facessi a stare in un ambiente così poco salutare. Mi ricordo, addirittura, che filtrando i raggi del sole nella stanza del tuo ufficio, apparivano “nuvolette” di fumo! E se dipendesse proprio dal fumo che tu hai respirato per tanti anni? Fatti visitare da uno specialista, zio! >

<Potresti aver ragione, Cicero, mi farò visitare da un parente del mio vicino di casa che è medico legale e che, venuto a conoscenza del mio problema di salute, si è già reso disponibile a visitarmi per accertare se la mia malattia possa essere originata proprio dal fumo di sigaretta che, in tanti anni, ho respirato sul posto di lavoro>

Dopo qualche settimana Cicero riceve una telefonata da suo zio Mevio: <Ciao Cicero. Mi sono fatto operare, come ben sai ma mi sono anche fatto visitare, come mi avevi consigliato tu. Il medico-legale ha accertato che il tumore alla faringe è derivato proprio dal fumo che ho respirato sul posto di lavoro! Lo ha definito fumo passivo. Ora almeno conosco il motivo per cui mi sono ammalato>

<Bene, zio e ora cosa intendi fare? Non hai pensato che potresti chiedere i danni al tuo ex datore di lavoro? Hai un’invalidità permanente per colpa sua che non ha fatto nulla per impedire che tu lavorassi in un ambiente insalubre >

<Ci ho pensato Cicero e, a dire il vero, ho anche chiesto un parere al mio avvocato di fiducia che mi ha invogliato ad agire ma che ha pure ammesso di non essere a conoscenza di persone danneggiate da fumo passivo che siano state poi risarcite. Temo di aprire una causa che non abbia alcuna possibilità di successo>

<Capisco …>  

Dieci giorni dopo, Cicero entra in un bar con degli amici, nell’attesa del caffè apre il giornale e… <Come è capitato a mio zio!> esclama Cicero, attirando l’attenzione dei suoi amici: <Sentite:“la Corte di Cassazione, con Ordinanza n 276 del 9 gennaio 2019, ha definitivamente condannato il datore di lavoro a risarcire il danno biologico al proprio dipendente che oggi è novantenne, ha avuto danni alle corde vocali, ha perso tutti i denti, fa fatica a ingerire cibi, ma soprattutto non è mai stato un fumatore, per avergli fatto prestare la propria attività lavorativa dal 1980 al 1994 in locali insalubri, perché di ridotte dimensioni e saturi di fumo, così contraendo un tumore faringeo, diagnosticato dopo la cessazione del rapporto di lavoro, rimosso chirurgicamente, e dal quale era derivata una invalidità permanente quantificata nella misura del 40%”. Ora, ne sono certo, mio zio Mevio si convincerà ad agire in giudizio contro il suo ex datore di lavoro per chiedere il risarcimento dei danni che ha subito a causa del fumo passivo inalato per tanti anni sul posto di lavoro!

Cicero e il risarcimento del danno morale all’amico Asad

Squilla il telefono in casa di Cicero. < Pronto? Ciao Asad, amico mio! Allora, hai ottenuto il risarcimento? Il giudice ha deciso? >

< Sì, il giudice ha deciso > risponde Asad, l’amico di Cicero che è nato e risiede in Egitto ma si trova in Italia per motivi familiari e lavorativi < Ha stabilito che la responsabilità dell’incidente stradale in cui sono rimasti coinvolti i miei genitori, che stavano viaggiando in autostrada, sulla loro autovettura, in direzione del Sud Italia, è interamente ed esclusivamente a carico del conducente dell’autocarro che l’ha violentemente urtata ma mi ha risarcito un danno morale per il loro decesso inferiore di quasi la metà rispetto a quello quantificato e richiesto dal mio avvocato di fiducia. Ora, tu sai, Cicero, che nessuna somma, per quanto importante, mi ripagherà mai davvero della perdita dei miei genitori ma certo è che mi aspettavo molto di più >

< Sono sorpreso da quel che mi stai dicendo, Asad. Il tuo avvocato ti ha spiegato il motivo per cui il giudice ha deciso così? >

< Sì, mi ha detto che, nel liquidarmi il danno, il giudice ha tenuto conto del fatto che risiedo in Egitto ove il valore dell’euro è superiore che in Italia, per cui, se mi avesse liquidato la somma che richiedevo, avrei ottenuto un risarcimento superiore a quello che mi sarebbe stato concesso se fossi stato residente in Italia. Per determinare equamente il danno morale, il giudice ha tenuto conto della realtà socio economica in cui vivo abitualmente, cioè in Egitto, al fine di adeguare a tale realtà l’importo ritenuto dovutomi ai fini riparatori del danno. Ciò in base al potere di acquisto del denaro nella zona territoriale in cui esso è presumibilmente destinato ad essere speso >

< Asad, tu però stai valutando da tempo di trasferirti definitivamente in Italia, anche per motivi di lavoro, quindi, se ciò avverrà, spenderai il tuo denaro in Italia >

< Vero Cicero ma il giudice non ne ha tenuto conto anche se, in effetti, il mio avvocato mi ha detto che c’è un diverso indirizzo giurisprudenziale che tiene conto, ai fini della quantificazione del risarcimento del danno, della possibilità che il danneggiato sposti la sua residenza. Il giudice che si è pronunciato sul mio caso, però, ha seguito l’orientamento di una sentenza della sezione terza della Corte di Cassazione, la n. 1637 del 14.02.2000 >

< Allora per te la questione è chiusa? > dice Cicero.

< Non ancora perché il mio avvocato mi sta convincendo ad appellare la sentenza del giudice. Si ritiene sicuro di poter ottenere un aumento dell’entità del danno che mi è stato liquidato dal giudice di primo grado. Mi ha fatto notare che, con pronunce più recenti rispetto a quella a cui si è richiamato il giudice che ha deciso il mio caso, la stessa Corte di Cassazione, in particolare la sentenza 20206, sezione terza del 7 ottobre 2016, in difformità rispetto al passato, ha chiaramente escluso ogni incidenza sul quantum del danno non patrimoniale della residenza del danneggiato, valutando che “il luogo dove il danneggiato abitualmente vive, e presumibilmente spenderà od investirà il risarcimento a lui spettante, è un elemento esterno e successivo alla fattispecie dell’illecito e, come tale, ininfluente nella misura del risarcimento del danno”. Oltretutto, “vi è l’obbligo di non discriminare gli stranieri racchiuso nell’articolo 3 della Costituzione nonché la necessità di una certezza risarcitoria nel senso della uniformità, emersa soprattutto dalla nota pronuncia che ha individuato la relativa concretizzazione dell’equità nelle tabelle di Milano (Cass. sez. 3, 7 giugno 2011 n. 12408)”. E il valore di ogni persona è intrinseco alla sua umanità, per cui non può subire alcuna diminuzione in base ad elementi che su tale umanità non incidono. >

< Ottimo. Segui il consiglio del tuo avvocato, Asad, appella la sentenza e tanti auguri. >

  

Incidente stradale: il risarcimento danni del passeggero Cicero

Incidente stradale. Il risarcimento danni del passeggero Cicero viene negato! Così titola il quotidiano locale riguardo il sinistro accaduto a Cicero, che si trovava a bordo di una minicar non omologata per il trasporto dei passeggeri.

Incidente stradale: risarcimento danni del passeggero

Incidente stradale: risarcimento danni del passeggero

< Se quel giorno fossi andato in bicicletta a pescare piuttosto che farmi convincere dal mio amico Pino a fare un giro sulla sua nuova minicar! Mi era venuto il dubbio che non potessi salirci, non mi sembrava omologata per due > Così pensa il povero Cicero ritrovatosi con due fratture e qualche costola rotta. < Oltretutto l’avvocato di Pino mi aveva assicurato che non ci sarebbero stati problemi e che avrei ottenuto il risarcimento dei danni fisici che ho riportato nell’incidente stradale. Invece non è andata così! >

E in effetti, nell’articolo di giornale dal titolo enfatizzato: “incidente stradale. Il risarcimento danni del passeggero Cicero viene negato!”, si leggeva che il Giudice, in merito all’incidente stradale, non riconosceva alcun risarcimento danni al passeggero Cicero in quanto il veicolo non era omologato per il trasporto del passeggero e, visto che questi conosceva l’illegittimità del trasporto, ne aveva valutato la pericolosità ed accettato il conseguente rischio.

Cicero, amareggiato per quanto deciso dal Giudice in merito alla sua richiesta di risarcimento danni a seguito del sinistro stradale occorsogli, passeggiando in centro città incontra casualmente un amico di vecchia data nonchè avvocato al quale racconta la propria disavventura.

< Ah Cicero, non sapevo del tuo incidente stradale, mi spiace per quel che ti è successo e spero che ti sia ripreso bene dai postumi dell’incidente. E’ recente la sentenza? > dice l’amico avvocato.
< Sì, sì, la sentenza che non mi ha riconosciuto il risarcimento danni è di dieci giorni fa! Perché? > risponde Cicero.
< Perché puoi impugnare la sentenza e far valere le tue ragioni in appello. Io sono convinto che tu possa ottenere il risarcimento danni per le ferite che hai riportato a seguito dell’incidente stradale > aggiunge l’avvocato.
< Ma sei sicuro che mi convenga farlo? Ho buone probabilità di vincere? > chiede Cicero.

Risarcimento danni del passeggero

Risarcimento danni del passeggero

< Certo! Proprio di recente mi è capitato un caso simile al tuo e la Corte d’Appello di Roma, con sentenza n. 3162, sezione Terza, del 01.05.2015, stravolgendo la decisione del Giudice di primo grado, ha accolto la domanda risarcitoria, ritenendo che il fatto che il veicolo non sia omologato per il trasporto non esclude il risarcimento del passeggero poiché sussiste l’obbligo dell’assicuratore al risarcimento del danno alla persona, qualunque sia la tipologia del trasporto e, l’assicurazione non può opporre al passeggero clausole contrattuali che potranno essere poste a fondamento di eventuali azioni di rivalsa nei confronti dell’assicurato > conferma l’amico avvocato.
< Ma che bella notizia! Domani ti chiamo in studio e ti affido l’incarico di impugnare la sentenza di primo grado! Grazie! > esulta Cicero.

Cicero, assente dal lavoro per infortunio, viene licenziato

Mevio entra al bar Sport e saluta l’amico Cicero che da qualche settimana, spesso, al pomeriggio aiuta il titolare del locale, preparando caffè e cappuccini e servendo i clienti ai tavoli.
<Ciao Cicero. Mi sembri felice. Ne sono lieto, dopo quel che hai passato!>.
<In effetti è così, Mevio. Questo impegno extralavorativo mi distrae e mi permette di mantenermi attivo fino a quando non potrò tornare al mio lavoro. Sai, quando sono stato investito da quell’auto, credevo di morire e poi tutto il tempo passato in ospedale.. Certo, per tre mesi ancora non potrò sollevare pesi ma, insomma, non mi lamento perchè, tutto sommato, mi è andata bene. A causa dell’incidente stradale, ho riportato delle fratture gravissime alle braccia ma, alla fine, sono stato davvero fortunato>.
<Certo che, conoscendo il tuo datore di lavoro, non l’avrà presa molto bene che devi stare tutto questo tempo assente dal lavoro!>.
<Non potevo fare altrimenti, lo hanno detto i medici che mi stanno curando, in azienda sono addetto allo spostamento del materiale nei vari reparti del magazzino, anche con l’ausilio di macchinari quando il peso è eccessivo, certo, ma, per la maggior parte, manualmente. Non potevo proprio andare al lavoro in queste condizioni fisiche. Se sollevassi pesi ora, rischierei di procurarmi lesioni permanenti alle braccia!>.
<Hai ragione. Ciao Cicero. Ci vediamo sabato prossimo per un altro caffè, se ci sarai>.
<Ciao Mevio>.
Il sabato successivo Mevio torna al bar Sport e trova Cicero, seduto ad un tavolino e dall’aria triste e sconsolata.
<Ciao Cicero! Mi sembri giù di corda. Che cosa ti è successo?>.
<Ciao Mevio. Giorni fa è entrato nel bar il mio datore di lavoro, non so se casualmente, io ero dietro il bancone che stavo preparando dei caffè, mi ha guardato, ha sorriso ironicamente, mi ha detto: “ecco spiegato il motivo per cui, al controllo ispettivo, non ti hanno trovato a casa, allora non stai male!, poi è uscito senza salutarmi e questa mattina mi è arrivata la lettera di licenziamento! Il datore mi contesta lo svolgimento di questa attività di barista pur rimanendo assente dal lavoro per infortunio. Dice che sono in malafede e che è venuto meno il nostro rapporto di fiducia!>.
<Mi dispiace Cicero. Se vuoi un consiglio, senti il parere di un avvocato. Anzi, ti dirò, vedi quel signore seduto al tavolino che sta bevendo un caffè? E’ un avvocato che si occupa di controversie di lavoro, lo so per certo. Prova ad avvicinarlo!>.
Cicero segue il consiglio di Mevio ed espone il suo problema all’avvocato indicatogli dall’amico.
<Non si allarmi più del dovuto, Sig. Cicero” dice l’avvocato “il datore di lavoro, per provare la giusta causa del suo licenziamento, deve dimostrare che l’attività che lei sta svolgendo nel bar non è compatibile con la sua attuale condizione di salute e che, quindi, può ritardare la sua guarigione. D’altro canto, lei non ha simulato il suo infortunio! Oltretutto, e questo fatto è ancor più importante, deve dimostrare che la sua attività extralavorativa sia equiparabile, per impegno psico-fisco, alla sua normale prestazione di lavoro. Ora, se ho ben compreso, lei, al lavoro, sposta pacchi pesanti e materiali di altro genere, a braccia, da un reparto all’altro del magazzino mentre, qui, nel bar, prepara caffè e serve ai tavoli, portando bevande, due o tre bicchieri e/o tazzine al massimo, su un piccolo vassoio argentato. E’ così?>.
<Sì, avvocato, è proprio così>.
<Bene, allora è chiaro che la sua prestazione lavorativa prevede un impegno funzionale nettamente di maggior rilievo rispetto all’attività che svolge in questo bar! Ho notato, oltretutto, non è la prima volta che entro in questo bar, che lei spesso si siede a chiacchierare con dei clienti o si attarda nel leggere i quotidiani>.
<Sì, è vero, non ho vincoli particolari con il proprietario del bar, è un mio amico, lo aiuto perchè ha bisogno in questo periodo, mi riconosce qualche “soldino”, è vero, ma sono libero anche nei giorni e negli orari>.
<Ecco, bene, ciò significa che lei, qui nel bar, non svolge attività con gli stessi stringenti ritmi della prestazione lavorativa, potendo gestire la sua attività fisica con maggior elasticità, alternando riposi ad intervalli regolari al fine di non affaticare troppo le sue braccia. Mi dica un’altra cosa, Sig. Cicero: se lei fosse tornato al lavoro, il suo datore avrebbe potuto assegnarla a incarichi meno gravosi di quelli che svolge, in particolare avrebbe potuto evitarle di alzare pesi?>.
<No, assolutamente no. Lo conferma anche il fatto che il mio datore di lavoro non mi abbia mai offerto questa possibilità>.
<Non si preoccupi, quindi, Sig. Cicero, i postumi del suo infortunio sono incompatibili con la sua prestazione lavorativa ed è il suo datore di lavoro che ha l’onere di dimostrare che, in relazione alla natura degli impegni lavorativi che le sono stati dal medesimo attribuiti, il suo allontanarsi dall’abitazione per compiere attività della vita privata contrasti con gli obblighi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del rapporto lavorativo. Ricordo che proprio di recente si è pronunciata la Corte di Cassazione (Sentenza Cassazione n 22726 del 2015), confermando che è “illegittimo il licenziamento per il lavoratore che svolge attività personali durante il periodo di assenza a seguito di infortunio in itinere>.
<A questo punto, cosa mi consiglia di fare, avvocato?>.
<Impugni il licenziamento e chieda la riassunzione nel suo posto di lavoro>.
(02.02.2016)

Cicero costruisce casa

Nel corso dell’estate i genitori di Cicero decidono di regalare al figlio, prossimo al matrimonio, un terreno edificabile di proprietà sul quale far sorgere la futura abitazione di Cicero e di sua moglie.
Cicero incarica dell’esecuzione dei lavori di costruzione un’impresa edile consigliatagli da un caro amico di famiglia, affidandosi completamente all’esperienza e professionalità dell’impresa stessa.
Ultimati i lavori, l’impresa invita Cicero a procedere con la verifica dell’opera e sua accettazione.
Cicero, però, impegnato nell’avvio di una propria attività di impresa nonché coi preparativi del matrimonio, non ha molto tempo da dedicare alla verifica dell’opera e, recatosi sul posto, visionato rapidamente l’immobile, sottoscrive il verbale di collaudo ed accettazione dell’opera nel frattempo predisposto dall’impresa.
Qualche giorno dopo, Cicero, avendo più tempo da dedicare alla sua nuova casa, decide di fare un nuovo sopralluogo accompagnato, questa volta, dai genitori e dalla fidanzata, nonché sua futura moglie.
Giunto sul posto, Cicero riscontra alcuni evidenti e ben visibili difetti alla pavimentazione esterna della casa, non rilevati nel corso del precedente e frettoloso sopralluogo.
< Accidenti > – esclama Cicero – < avrei dovuto fare più attenzione l’altra volta, ora dovrò richiamare l’impresa per far sistemare questi difetti >.
Cicero, però, vista la piccola natura dei difetti riscontrati e non avendo tempo per contattare l’impresa, decide di rimandare la questione di qualche giorno, certo di un positivo riscontro dell’impresa.
Dopo qualche giorno, Cicero prende contatti con il titolare dell’impresa di costruzioni, comunicandogli la presenza dei difetti alla pavimentazione esterna.
Il titolare, però, che ben sa della presenza di quei vizi e difetti ed avendo, tra l’altro, volutamente nascosto ed omesso di dichiarare la loro presenza, comunica a Cicero che, avendo lui accettato l’opera, l’impresa non è tenuta a prestargli alcuna garanzia.
Cicero, arrabbiato della risposta del titolare dell’impresa edile, decide di chiamare un suo amico avvocato per avere alcuni chiarimenti.
< Caro Cicero > – gli risponde l’amico avvocato – < sei stato un po’ troppo frettoloso nel visionare ed accettare l’opera, perché, in caso di accettazione senza riserve, il legislatore non riconosce alcuna tutela per i vizi dell’opera c.d. palesi o apparenti, ovvero quelli conosciuti o che avresti dovuto facilmente riconoscere, salvo, in questo ultimo caso, che non vi sia stata mala fede dell’appaltatore (cfr. art. 1667 cod. civ.) >.
< Ma cosa significa che ho accettato senza riserve? > chiede Cicero.
< Accettazione senza riserve significa che tu, caro amico, hai accettato l’opera senza riservarti di fare una successiva verifica dell’opera > risponde l’amico avvocato.
< Prima mi hai parlato della mala fede dell’appaltatore, cosa significa? > chiede, ancora, Cicero.
< L’appaltatore > – gli risponde l’amico avvocato – < si comporta in mala fede se, conoscendo i vizi ed i difetti dell’opera, li ha intenzionalmente sottaciuti ovvero ne ha dolosamente occultato la presenza, impedendoti così di rilevarli; in questo caso l’appaltatore è tenuto a garantirti anche per i vizi c.d. apparenti (cfr. art. 1667 cod. civ.). Attenzione, però, che sei tu, caro amico Cicero, a dover provare la mala fede dell’appaltatore >.
< Bene> – risponde Cicero – < effettivamente mi ricordo che erano stati posizionati alcuni teli a copertura della pavimentazione esterna, dove, poi, ho riscontrato il difetto e tale circostanza può essere confermata dai miei genitori nonché dalla mia fidanzata presenti al sopralluogo >.
< Bene Cicero > – dice allora l’amico avvocato < direi che questa circostanza potrebbe indicare un’intenzionalità dell’appaltatore nel nasconderti la presenza di quel difetto, poi riscontrato. Ad ogni modo ti consiglio, visto la probabile scorrettezza dell’impresa, di verificare nuovamente lo stato dell’opera, magari con un tecnico di tua fiducia, per accertare che non vi siano altri vizi e/o difformità c.d. occulti. Ti consiglio, poi, di redigere al più presto la denuncia dei vizi da te già accertati nonché per quegli altri che, eventualmente, avrai accertato >.
Cicero, convinto anche dai suggerimenti dell’amico avvocato, effettua un nuovo sopralluogo alla propria casa con un tecnico di fiducia, a seguito del quale invia formale denuncia all’impresa di costruzione contenente la descrizione di tutti i vizi e le difformità accertate.
(19.10.2015)

La mamma muore, Cicero accusa il medico

Come ogni venerdì sera, Cicero va a trovare sua madre che ha 77 anni e, da parecchi anni, vive da sola in un piccolo appartamento in centro città.
< Ciao mamma, come stai oggi? > chiede Cicero.
< Non molto bene, sento dolore all’altezza dello sterno. > risponde la mamma.
< Perché non mi hai avvertito prima? Certamente non sarà nulla di serio, vedrai, tuttavia, considerato che hai avuto un infarto qualche anno fa, è opportuno chiamare subito la guardia medica.>
< Non si allarmi, signora, è nevralgia intercostale. Si riposi. La saluto. > dice il medico intervenuto presso l’abitazione della mamma di Cicero, dopo averle effettuato un elettrocardiogramma sul posto.

La mattina seguente però, purtroppo, la mamma di Cicero viene ritrovata senza vita dalla vicina di casa e la causa del decesso viene individuata in una cardiopatia ischemica confluita in arresto cardiocircolatorio. In altre parole, infarto.
Cicero non si dà pace e pensa: < Come è possibile, se il medico di guardia ha fatto pure un elettrocardiogramma? > Decide allora di farsi rilasciare copia della documentazione medica relativa all’intervento della guardia medica in soccorso di sua mamma e di farla esaminare ad un consulente medico-legale di sua conoscenza.
< Vede Sig. Cicero > afferma il consulente medico-legale < il medico di guardia intervenuto ha scritto che sua mamma era paziente cardiopatica già nota e che il dolore allo sterno aumentava premendolo. Inoltre, cosa ancor più importante, l’elettrocardiogramma eseguito sul posto ha evidenziato anormalità e possibile ischemia. Con questa situazione, il medico di guardia avrebbe dovuto disporre il ricovero immediato in ospedale di sua mamma per un approfondimento clinico, in particolare per una valutazione degli enzimi cardiaci ed eventuale monitoraggio in unità coronarica. Se la paziente fosse stata ospedalizzata avrebbe potuto essere monitorata, adeguatamente trattata farmacologicamente, con la possibilità di prevenire le complicanze dell’episodio ischemico, in primis quelle di carattere aritmico. >
< Insomma, dottore, mi sta dicendo che mia mamma avrebbe potuto continuare a vivere, se fosse stata sottoposta a ulteriori esami e cure ospedaliere? >
< E’ probabile. Vi sarebbero state delle buone possibilità. >
A questo punto Cicero vorrebbe avere dei chiarimenti dal medico di guardia che è intervenuto in soccorso di sua mamma ma non riesce a parlargli, non essendogli nemmeno note le generalità. Anzi, esposta la questione ad un collega di reparto ospedaliero del suddetto medico, Cicero si sente rispondere, in tono un po’ stizzito, che la paziente sarebbe ugualmente deceduta anche se fosse stata sottoposta ad ulteriori approfondimenti clinici e che, comunque, sarebbe spettato al figlio, qualora avesse ritenuto di chiamarlo in causa per sentirlo condannare al risarcimento dei danni morali per la sofferenza conseguente alla perdita della madre, provare la responsabilità colposa del medico per il funesto evento occorso.

Cicero, non convinto, decide di chiedere il parere del proprio avvocato di fiducia.
< Quello che sostiene il medico con cui Lei ha discusso, Sig. Cicero, non è condivisibile. Ormai la giurisprudenza è concorde nel ritenere che spetti al sanitario di provare in giudizio che la prestazione medica sia stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi per il paziente siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (vd., fra le altre, Cass. Civ. sentenza 09.10.2012 n. 17143). Se tale prova non viene fornita, l’inadempimento si presume (Cass. Civ. sentenza 13.04.2007 n. 8826). >
< Però, a pensarci bene, non conosco nemmeno le generalità del medico di guardia intervenuto in soccorso di mia madre: come posso chiamarlo in causa e chiedergli i danni? >
< E’ un problema superabile. Può chiedere i danni all’ente ospedaliero di cui fa parte detta guardia medica. La Suprema Corte afferma infatti che “la struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove i danni siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui essa si avvale” (Cass. Civ., Sez. III, sentenza 05.12.2013, n. 27285).>
< Tuttavia, avvocato, devo dirle con molta sincerità che, come confermatomi dal mio consulente medico-legale a cui ho sottoposto il caso, non è certo che mia mamma, se ricoverata in ospedale, sarebbe vissuta. E’ probabile ma non certo. >
< Sua mamma aveva comunque una chance, una possibilità di farcela. Bene, tenga conto che “ in tema di responsabilità medica, costituisce danno risarcibile in favore del paziente o dei suoi eredi non solo la perduta possibilità, in conseguenza dell’omissione colposa da parte del medico, di una guarigione certa, ma anche la perduta possibilità di una guarigione eventuale; quest’ultimo danno, consistente nella perdita della chance di sopravvivenza, è ontologicamente diverso dal danno consistente nella perdita del risultato sperato” (Cass. Civ., Sez. III, sentenza 04.03.2004 n. 4400). Pensi che la Suprema Corte ha ritenuto addirittura risarcibile il danno derivante dall’errata esecuzione di un intervento chirurgico, praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della chance di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto (Cass. Civ., Sez. III, sentenza 27.03.2014 n. 7195). >
(03.04.2014)

Il figlio di Cicero, calciatore professionista non retribuito

calciatore Alfio, il figlio di Cicero, è sempre stato appassionato di sport, in particolare del gioco del calcio. A 18 anni riesce a stipulare il suo primo contratto da calciatore professionista con una società del campionato italiano di serie B. Si vincola per tre anni con un ingaggio economico che ritiene molto soddisfacente. Anche Cicero è felice per Alfio ed è ottimista per il suo futuro calcistico.
Nelle prime partite di campionato Alfio gioca davvero bene, mostra tutte le sue buone qualità calcistiche ma, trascorso il periodo invernale, ha un calo fisico e l’allenatore lo tiene ripetutamente in panchina o nemmeno lo convoca, lasciandolo in tribuna.
Alfio non accetta la situazione, convinto di poter dimostrare, giocando, di essere ancora un ottimo calciatore ma l’allenatore non cambia idea e continua a non inserirlo in partita. Un pomeriggio, durante l’allenamento, Alfio, esasperato, litiga con il suo allenatore alla presenza del presidente della squadra che non ne condivide il comportamento indisciplinato e lo rimprovera aspramente.
A questo punto Alfio, durante un’intervista televisiva, manifesta tutto il suo desiderio di voler cambiare ambiente e squadra al più presto. Da quel momento, i rapporti con il presidente e l’allenatore si deteriorano ulteriormente a tal punto che, con le più svariate ingiustificate motivazioni, Alfio comincia a essere retribuito dalla società sportiva solo parzialmente e con sempre maggior ritardo rispetto ai tempi concordati nell’intesa contrattuale. A fine stagione, Alfio non ha percepito gli stipendi di marzo, aprile e maggio.
A questo punto, Alfio si rivolge all’avvocato di fiducia di un suo caro amico per recuperare il proprio credito verso la società sportiva che lo ha ingaggiato.
< Non si preoccupi, Alfio, preparerò celermente un ricorso per ottenere un decreto dal Tribunale competente che ingiunga il pagamento di quanto dovutole >. E, in effetti, dopo non molto tempo, Alfio, tramite il proprio difensore di fiducia, ottiene un decreto ingiuntivo che viene notificato alla società sportiva la quale decide di non opporsi e pagare quanto ancora dovuto a Alfio.
Alfio è soddisfatto ma, passata qualche settimana, viene deferito dalla Procura Federale della FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio), con richiesta all’Organo Giudicante di sei mesi di squalifica ai sensi dell’art. 15 del Codice di Giustizia Sportiva, per essersi rivolto al Giudice Statale senza preventiva autorizzazione della Delibera Federale. Alfio esprime a suo padre tutto il suo stupore e la sua rabbia.

Cicero, allora, con l’intento di aiutare suo figlio, chiede un parere ad un altro avvocato di sua conoscenza, che sa che si occupa di diritto dello sport.
< Il deferimento alla Procura Federale era, purtroppo, inevitabile. Difatti, all’atto del tesseramento alla FIGC, suo figlio Alfio, firmando il modello del contratto associativo, ne ha accettato lo Statuto, aderendo, di conseguenza, alla clausola compromissoria con cui si rimette a specifici Collegi Arbitrali la risoluzione delle controversie sportive, tra cui quelle economiche, che potrebbero insorgere con altri soggetti aderenti alle Federazioni. Trattasi dell’arbitrato sportivo, che è strumento alternativo alla giurisdizione statale. La FIGC, ad esempio, ha istituito collegi arbitrali permanenti presso le Leghe professionistiche e predisposto appositi regolamenti di procedura. E’ un vincolo associativo per il soggetto tesserato che, se disatteso, comporta l’irrogazione di sanzioni disciplinari per il calciatore, stabilite da norme federali, per violazione della clausola compromissoria, ex art. 30 commi 1 e 4 Statuto Federale. D’altro canto, l’art. 3 della Legge n. 280 del 17.10.2003 stabilisce che, nel caso di controversie, pur restando ferma la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti, è fatto salvo quanto eventualmente stabilito dalle clausole compromissorie previste dagli statuti e dai regolamenti del Comitato olimpico nazionale italiano e delle Federazioni sportive di cui all’articolo 2, comma 2, nonche’ quelle inserite nei contratti di cui all’articolo 4 della legge 23 marzo 1981, n. 91. >
< Davvero un bel problema! > sospira Cicero < Mi pare di capire che mio figlio abbia poche speranze di evitare la sanzione disciplinare >.
< Consideri che Alfio, a mio parere, è già stato fortunato perché la società sportiva a cui è stato ingiunto, con decreto, il pagamento avrebbe potuto legittimamente opporvisi e chiederne la revoca, eccependo il difetto di giurisdizione del Giudice Statale a favore, appunto, del Collegio Arbitrale Sportivo >.
< Se, come credo, ne deriverà un danno alla carriera professionale di Alfio, lo consiglierò di chiederne il risarcimento all’avvocato che ha agito avanti la magistratura ordinaria! > pensa Cicero.
(17.03.2014)

Cicero, la moglie e l’amante

Il matrimonio di Cicero con Ofelia è in crisi da almeno un paio d’anni. I due si sono allontanati lentamente, rendendosi sempre più incompatibili per carattere e trovando modo di discutere e litigare per un nonnulla. Manca l’intimità da più di un anno e, oramai, la vita di coppia non esiste praticamente più: Cicero esce quasi ogni sera e ogni fine settimana con i propri amici. Anche Ofelia è spesso fuori casa con le amiche e tutti i sabato sera si cambia d’abito, si trucca e va a ballare in discoteca. I coniugi sono consapevoli di essere sereni, ormai, quando sono l’uno distante dall’altra. Cicero, inoltre, da tre mesi frequenta un’altra donna alla luce del sole poiché è convinto che il suo matrimonio sia in crisi irreversibile e che Ofelia non sia nemmeno interessata alla sua nuova avventura sentimentale.
Cicero, ben presto, sente il desiderio di lasciare la casa coniugale e andare a vivere con la donna che ha conosciuto e frequenta regolarmente. <Ofelia, siamo entrambi consapevoli che il nostro matrimonio è finito. Separiamoci di comune accordo. Avviamo la pratica dal legale>.
Sorprendentemente, però, Ofelia reagisce rabbiosa alla proposta del marito: <Non ci penso proprio alla separazione consensuale! Sei tu che ti sei allontanato da me ed ora, probabilmente, ne comprendo davvero il motivo: la tua relazione con un’altra donna ha distrutto il nostro matrimonio!>
<Sai che non è così. La mia frequentazione extraconiugale è recente, il nostro matrimonio è finito molto tempo prima>
<Non sono affatto d’accordo. Se ritieni, chiedila tu la separazione, io resisterò, chiederò che venga addebitata a te la responsabilità della fine del nostro matrimonio, visto che posso dimostrare facilmente che hai l’amante, e pretenderò pure il risarcimento dei danni morali che ciò mi ha comportato>
Cicero è sorpreso e ferito. Fissa un appuntamento dal suo avvocato di fiducia, gli racconta ciò che gli sta accadendo e la posizione assunta dalla moglie Ofelia.

<Avvocato, io amavo mia moglie e se ora ho un’altra donna è solo per il fatto che da molto tempo oramai io e Ofelia viviamo sotto lo stesso tetto ma conduciamo due vite totalmente separate, serenamente e consapevolmente. Non ci siamo separati prima legalmente, non avendone necessità immediata né io né lei. Perché ora Ofelia vuole approfittare di me?>
<Non si allarmi, Sig. Cicero> dice l’avvocato <non sarà così semplice per Ofelia ottenere ciò che vorrebbe. E’ vero che la Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. I, sentenza 15.09.2011 n. 18853) ha riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni morali al coniuge tradito ma è altrettanto vero che la stessa Cassazione, negli ultimi anni, ha sancito un orientamento giurisprudenziale secondo cui non tutte le infedelta’ sono motivo di addebito della separazione e tantomeno fonte di risarcimento del danno. Se l’infedelta’ è la causa della crisi coniugale, il coniuge tradito potrà ottenere il risarcimento dei danni morali oltre che l’addebito della separazione a carico dell’altro coniuge, se, diversamente, essa è la conseguenza di una crisi gia’ in atto, egli non potrà pretendere alcunché a tale titolo. I fatti che mi ha descritto e che riguardano il suo matrimonio, provano indubbiamente l’esistenza di un’incompatibilità caratteriale tra lei e sua moglie che si è sviluppata e irreparabilmente aggravata negli ultimi due anni mentre la sua relazione extraconiugale è iniziata solo tre mesi fa. In altre parole, nel suo caso, la relazione extraconiugale non è la causa della crisi coniugale tra lei e Ofelia. Oltretutto, devo farle notare che, quand’anche Ofelia riuscisse a dimostrare il contrario, la Corte di Cassazione (Cass. Civ., sentenza 17.01.2012 n. 610) in tema di risarcimento del danno subito a causa del tradimento del marito, pur ribadendo la possibilità della richiesta dei danni anche in ambito familiare, non lo riconosce se non viene rilevata nessuna lesione dei diritti fondamentali e, particolarmente, dell’integrità fisio-psichica della moglie. Ora, mi ha detto che sua moglie è piuttosto serena, si diverte, esce con le amiche, non mostra particolare sofferenza interiore né segni di stress psicologico, insomma sta bene in salute. Non pare esservi lesione della sua integrità fisio-psichica ed è quindi Ofelia a dover dimostrare il contrario.>
Cicero si è tranquillizzato. Capisce che la richiesta di risarcimento danni della moglie sarà facilmente rigettata in sede di giudizio Incarica il suo avvocato di fiducia di redigere il ricorso giudiziale per la sua separazione coniugale, certo che Ofelia si convincerà a rinunciare alle proprie pretese e che, nelle more del giudizio, giungerà ad un accordo con la moglie per trasformare la separazione da giudiziale in consensuale.
(03.03.2014)

Cicero decide di ristrutturare casa

Da tempo Cicero intende ristrutturare la sua villetta. Finalmente decisosi, contatta diverse imprese edile della propria zona, chiedendo a ciascuna di esse un computo metrico preventivo, indicando cioè le singole opere da realizzarsi per ristrutturare in modo adeguato la sua casa e i costi per l’esecuzione di tali lavori.
Cicero si rende ben presto conto che la spesa è impegnativa ed è quasi giunto alla determinazione di rinviare la decisione di ristrutturare casa sua. Tuttavia, tramite un amico di famiglia, egli entra in contatto con un geometra, titolare di un’impresa edile, il quale lo invita a consegnargli la bozza del computo metrico estimativo (perciò a misura), predisposto da una delle altre imprese edili contattate da Cicero, garantendogli di utilizzarla come traccia per formulargli un’offerta economica più vantaggiosa.
Cicero, perciò, oltre alla bozza del computo metrico, consegna al geometra le tavole grafiche e la planimetria della sua villetta, evidenziando i tavolati da demolire e quelli da ricostruire, l’ubicazione dei nuovi pavimenti, il dettaglio degli interventi previsti nei locali, lo schema del nuovo impianto elettrico e quant’altro occorrente.
Il geometra esamina il tutto e poi prepara un computo metrico preventivo di Euro 40.000,00 che rilascia a Cicero.    <Indubbiamente è un buon preventivo, più vantaggioso di tutti gli altri, credo proprio che gli conferirò l’incarico> pensa Cicero.

Cicero, soddisfatto, conferisce l’incarico all’impresa edile del geometra di ristrutturare la sua abitazione, accordandosi con il medesimo che, alla fine dei lavori, i due avrebbero verificato congiuntamente, mediante un computo metrico consuntivo, le misure e la quantità del lavoro svolto, per determinare il saldo economico definitivo.
Durante l’esecuzione dei lavori, Cicero si rende conto che necessita effettuarne altri oltre quelli già preventivati sicchè, di volta in volta, chiede al geometra l’aggiornamento del computo metrico, con l’indicazione dei tempi di realizzazione e dei relativi costi. L’impresa appaltatrice però dà delle indicazioni sommarie dei costi e dei tempi di esecuzione dei nuovi lavori, sostenendo la difficoltà, sul momento, a determinarli con esattezza e, a fronte delle lamentele del committente, garantisce, a opere ultimate, la verifica dettagliata e puntuale di tutti i lavori eseguiti.
Una volta finiti i lavori, però, l’impresa appaltatrice non si rende più disponibile alla verifica promessa ed anzi, a fronte delle rimostranze, verbali e scritte, di Cicero, emette fattura a saldo di Euro 60.000,00, sollecitandone il committente al pagamento immediato.
A questo punto, Cicero esamina voce per voce le opere indicate come effettuate nella predetta fattura, le confronta con i lavori di ristrutturazione realizzati, constatando che diverse opere indicate in fattura non risultano eseguite e che, per altre di esse, la quantità del materiale utilizzato dall’impresa appaltatrice non appare giustificarne il prezzo richiesto, palesemente eccessivo, non in linea con il computo metrico preventivo e nemmeno conforme alle tariffe in uso mentre, per altre ancora, appare assolutamente eccessivo il prezzo addebitato al committente, tenendo conto delle ore di manodopera effettivamente impiegate o da doversi impiegare, secondo gli usi del settore. Cicero, tramite raccomandata, contesta tutto quanto sopra al geometra, rifiutandosi di saldare l’impresa appaltatrice a fronte della sua inesatta adempienza contrattuale. Inoltre, accerta parecchi vizi e difetti  nell’esecuzione delle opere, che denuncia prontamente all’impresa appaltatrice.
Per tutta risposta, il geometra, tramite un avvocato di propria fiducia, lo diffida formalmente al pagamento della somma di Euro 60.000,00 e, poco dopo, ottiene un decreto dal Giudice di Tribunale con cui viene ingiunto a Cicero il pagamento di tale importo.

<Non è giusto!> pensa Cicero <Nel decreto è scritto che posso oppormi entro 40 giorni da quando mi è stato notificato, mi rivolgerò ad un avvocato>.
<Il geometra si è comportato in modo davvero scorretto> dice Cicero all’avvocato di sua fiducia <ma io sono un po’ preoccupato. Il geometra ha già emesso fattura e io devo provare che le mie contestazioni sui lavori eseguiti dall’impresa appaltatrice siano fondate>.
<No, si sbaglia> risponde l’avvocato <Innanzitutto, la fattura, come sostenuto concordemente da dottrina e giurisprudenza (fra le altre: Cass. Civ., Sez. VI, ord. 11.03.2011 n. 5915, Cass. Civ., Sez. II, 11.05.2007 n. 10860; Cass. Civ., 28.04.2004 n. 8126), non possiede alcun valore probatorio in merito all’esistenza del credito, quando esso è oggetto di contestazione. Inoltre è l’impresa appaltatrice che ha l’onere di provare che sono stati eseguiti i lavori per i quali il prezzo è richiesto e che le opere sono state eseguite a regola d’arte. Con una storica sentenza (n. 13533/2001) le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, risolvendo un contrasto da tempo insorto nella giurisprudenza di legittimità, in ordine al riparto dell’onere probatorio in tema di inadempimento delle obbligazioni, hanno affermato, fra gli altri principi, che il debitore convenuto per l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno che si avvalga dell’eccezione d’inadempimento ex art. 1460 c.c., deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il creditore istante è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa. Anche nel caso in cui sia dedotto non l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo inesatto adempimento, sarà sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando ancora una volta sul creditore istante l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento. E’ un principio consolidato ribadito più volte dalla Cassazione (Sentenza n. 98 del 04.01.2013; Sentenza n. 936 del 20.01.2010; Sentenza n. 3472 del 13.2.2008 e come richiamato anche dalla sentenza del Tribunale di Milano, Sez. VI, 26.03.2015)>
Cicero, convinto, decide di opporsi al decreto ingiuntivo.
(16.11.2015)

L’infortunio stradale del pedone Cicero

E’ una serata invernale, fredda e piovosa. Tuttavia, Cicero, dopo cena, esce di casa, come ogni venerdì sera, per recarsi a piedi al solito bar del centro città a prendere un caffè e fare quattro chiacchiere con gli amici.
Per il freddo pungente e la pioggia piuttosto intensa, Cicero vuole arrivare al bar il più velocemente possibile. Giunto perciò su corso Risorgimento, strada a scorrimento veloce delle autovetture, decide di attraversarlo senza far uso delle strisce pedonali, collocate a una trentina di metri di distanza circa da dove si trova lui.
Cicero, pur avendo la visuale piuttosto offuscata a causa della pioggia e del buio, vede in lontananza le luci anabbaglianti di un’autovettura in arrivo, in transito su corso Risorgimento. “Ce la faccio, è lontana”, pensa Cicero e inizia l’attraversamento della strada. Purtroppo, nel mezzo della carreggiata, le luci si fanno improvvisamente vicine e Cicero viene investito e scaraventato violentemente a terra da un’autovettura che, frenando solo all’ultimo momento, non riesce a evitare l’impatto con il pedone.
Cicero viene portato con urgenza al pronto soccorso dell’ospedale cittadino ove gli viene diagnosticata una grave frattura alla gamba sinistra.
Ai carabinieri intervenuti sul luogo dell’incidente stradale, il conducente dell’autovettura dichiara: “Con il buio e la pioggia non l’ho visto. Se avesse attraversato sulle strisce pedonali, che sono illuminate da due lampioni, avrei potuto rallentare, frenare ed evitare d’investirlo!”
Il giorno successivo, i carabinieri si recano in ospedale da Cicero per acquisire la sua dichiarazione: “Ho iniziato l’attraversamento di corso Risorgimento dopo aver ritenuto che l’autovettura che stava sopraggiungendo fosse distante. Solo durante l’attraversamento della strada mi sono reso conto che stava sopraggiungendo rapidamente. Al centro della carreggiata, ho visto i fari della vettura che ormai mi erano addosso.  Mi ha investito con la parte centrale del cofano anteriore. Se avesse tenuto un’andatura meno veloce, credo che avrebbe potuto sterzare a destra, evitandomi.”
I carabinieri sanzionano Cicero, in violazione dell’art. 190 Nuovo Codice della Strada, per non aver attraversato sulle strisce pedonali e non elevano alcuna contravvenzione a carico del conducente dell’autovettura.
Dopo oltre due mesi di ricovero ospedaliero, Cicero torna a casa con un serio danno lesivo permanente. “Sono stato davvero imprudente. Oltretutto, essendo mia la responsabilità dell’incidente poiché non ho attraversato sulle strisce pedonali, non posso nemmeno ottenere soddisfazione economica per le lesioni che ho riportato.” Pensa convinto Cicero.

Qualche settimana dopo, Cicero torna al solito bar dagli amici e incontra casualmente Nino, un compagno di classe alla scuola media che non vedeva da molti anni, ora avvocato.
Cicero racconta all’amico avvocato la sua disavventura e il suo rammarico per non poter nemmeno ottenere il risarcimento dei danni per le lesioni permanentemente riportate a causa dell’incidente stradale.
< Considera che il Legislatore ha sempre rivolto una particolare tutela al pedone poiché esso rappresenta, sempre e comunque, la parte debole ed indifesa rispetto al conducente di veicoli >, dice l’avvocato all’amico Cicero. < Sei certo che il conducente della vettura che ti ha investito abbia fatto tutto il possibile per evitare l’impatto? >
< A pensarci bene >, dice Cicero, < la vettura non viaggiava a velocità moderata se si considera che pioveva con intensità, era buio e che mi ha investito quando ero già al centro della strada >.
< Ti faccio notare Cicero che, come ha pure stabilito il Tribunale di Milano (Sez. I Civ. Dott. De Sapia – Sentenza n. 7076 del 17.06.2005), in tema di responsabilità civile da incidente stradale, ai sensi dell’art. 2054, comma I, codice civile, il conducente ha l’onere di fornire la prova liberatoria dell’inevitabilità dell’impatto e, in caso di investimento di un pedone, l’inevitabilità dell’evento dannoso si configura quando l’attraversamento della carreggiata assuma i caratteri della imprevedibilità, per l’oggettiva impossibilità di avvistare la presenza del pedone in prossimità del luogo in cui è avvenuto lo scontro >.
< Ma io sono stato sanzionato dai carabinieri per non aver attraversato sulle strisce pedonali! > afferma Cicero sospirando.
< Poco importa > risponde l’amico. < Non sto mettendo in discussione la tua responsabilità. Indubbiamente, anche tu, con il tuo comportamento, hai concorso all’accadimento dell’incidente. Io discuto della possibilità di attribuire comunque un concorso di colpa al conducente della vettura che ti ha investito. Il fatto che tu ti trovassi già al centro della strada quando ti ha investito l’autovettura dimostra, ad esempio, che essa viaggiava ad una velocità non adeguata alle condizioni ambientali ed atmosferiche al momento dell’accadimento dell’incidente, e ciò non ha consentito al suo conducente di avvistare tempestivamente la tua presenza, osservando i tuoi movimenti, rallentando e frenando in tempo utile >.
< Che cosa mi consigli di fare, allora? >
< Invia una richiesta di risarcimento danni alla compagnia assicuratrice che garantiva per la responsabilità civile l’autovettura che ti ha investito e poi, qualora non ti venisse fatta alcuna offerta, valuta l’opportunità di agire in giudizio per far accertare il concorso di colpa del conducente della stessa nell’accadimento dell’incidente occorsoti e ottenere così, almeno parzialmente, il risarcimento dei danni lesivi che hai riportato >
< Va bene ma quale percentuale di responsabilità potrebbe essere attribuita al conducente dell’autovettura? >
< Una volta promossa la causa, spetterà al giudice valutare gli elementi di fatto a sua disposizione e determinare la percentuale di responsabilità colposa delle parti coinvolte nel sinistro. Ti faccio notare, ad esempio, che il Tribunale di Roma (Sez. XII Civ., 08.11.2005 O. c. Meieaurora, Corriere del Merito, 2006, 3, 295) ha attribuito al pedone un concorso di colpa del 20 %, investito da un veicolo mentre attraversava, fuori dalle strisce pedonali poste a meno di 100 metri di distanza, una strada a scorrimento veloce, a tarda sera e con asfalto reso viscido dalla pioggia. Così come ilTribunale di Milano (Sez. V Civ., 09.08.2006 in Giustizia a Milano n. 7/8 di luglio/agosto 2006) ha riconosciuto un concorso di colpa nella misura di un terzo al pedone che ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, senza concedere la dovuta precedenza al veicolo sopraggiungente e mal valutando la distanza che da questi lo separava e di due terzi a carico del conducente del veicolo per la velocità non consona allo stato dei luoghi e al fatto di non esser stato in grado di effettuare alcuna manovra di emergenza >.
< Mi hai convinto, invierò la richiesta di risarcimento danni alla compagnia assicuratrice e poi ti terrò informato >
(08.01.2014)