Va reintegrato e risarcito il dipendente se il datore di lavoro non dimostra che l’ammanco nella cassa è doloso.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 22380 del 13.09.18.

È stato bocciato il ricorso presentato da un’azienda che licenziava la cassiera perché a fine giornata c’era un ammanco nel fondo cassa a lei affidato.

La Corte d’appello, accertata l’illegittimità del recesso, condannava l’azienda a reintegrare la dipendente oltre a risarcirle sette mensilità.

Secondo il giudice di secondo grado, infatti, era onere dell’azienda provare che la condotta della dipendente non costituiva una mera negligenza, ma era invece imputabile a una volontaria intenzione di sottrarre il denaro presente nella cassa.

Poiché però tale prova non era stata fornita, ciò non era sufficiente a ledere il vincolo fiduciario posto alla base del rapporto di lavoro.

La Suprema Corte, confermando la decisione dei giudici di secondo grado, dispone quindi la reintegra della lavoratrice il cui comportamento era stato dettato da una mera dimenticanza nel riporre il denaro nella cassetta.

Secondo la Suprema Corte infatti, come correttamente ritenuto dalla Corte d’appello, la mera mancanza di riporre il denaro nella cassetta del fondo cassa, pur costituendo una mancanza disciplinarmente rilevante, non integra neppure la fattispecie del notevole inadempimento che avrebbe potuto giustificare un licenziamento seppure con preavviso.

(25.09.18)

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