Mevio entra al bar Sport e saluta l’amico Cicero che da qualche settimana, spesso, al pomeriggio aiuta il titolare del locale, preparando caffè e cappuccini e servendo i clienti ai tavoli.
<Ciao Cicero. Mi sembri felice. Ne sono lieto, dopo quel che hai passato!>.
<In effetti è così, Mevio. Questo impegno extralavorativo mi distrae e mi permette di mantenermi attivo fino a quando non potrò tornare al mio lavoro. Sai, quando sono stato investito da quell’auto, credevo di morire e poi tutto il tempo passato in ospedale.. Certo, per tre mesi ancora non potrò sollevare pesi ma, insomma, non mi lamento perchè, tutto sommato, mi è andata bene. A causa dell’incidente stradale, ho riportato delle fratture gravissime alle braccia ma, alla fine, sono stato davvero fortunato>.
<Certo che, conoscendo il tuo datore di lavoro, non l’avrà presa molto bene che devi stare tutto questo tempo assente dal lavoro!>.
<Non potevo fare altrimenti, lo hanno detto i medici che mi stanno curando, in azienda sono addetto allo spostamento del materiale nei vari reparti del magazzino, anche con l’ausilio di macchinari quando il peso è eccessivo, certo, ma, per la maggior parte, manualmente. Non potevo proprio andare al lavoro in queste condizioni fisiche. Se sollevassi pesi ora, rischierei di procurarmi lesioni permanenti alle braccia!>.
<Hai ragione. Ciao Cicero. Ci vediamo sabato prossimo per un altro caffè, se ci sarai>.
<Ciao Mevio>.
Il sabato successivo Mevio torna al bar Sport e trova Cicero, seduto ad un tavolino e dall’aria triste e sconsolata.
<Ciao Cicero! Mi sembri giù di corda. Che cosa ti è successo?>.
<Ciao Mevio. Giorni fa è entrato nel bar il mio datore di lavoro, non so se casualmente, io ero dietro il bancone che stavo preparando dei caffè, mi ha guardato, ha sorriso ironicamente, mi ha detto: “ecco spiegato il motivo per cui, al controllo ispettivo, non ti hanno trovato a casa, allora non stai male!, poi è uscito senza salutarmi e questa mattina mi è arrivata la lettera di licenziamento! Il datore mi contesta lo svolgimento di questa attività di barista pur rimanendo assente dal lavoro per infortunio. Dice che sono in malafede e che è venuto meno il nostro rapporto di fiducia!>.
<Mi dispiace Cicero. Se vuoi un consiglio, senti il parere di un avvocato. Anzi, ti dirò, vedi quel signore seduto al tavolino che sta bevendo un caffè? E’ un avvocato che si occupa di controversie di lavoro, lo so per certo. Prova ad avvicinarlo!>.
Cicero segue il consiglio di Mevio ed espone il suo problema all’avvocato indicatogli dall’amico.
<Non si allarmi più del dovuto, Sig. Cicero” dice l’avvocato “il datore di lavoro, per provare la giusta causa del suo licenziamento, deve dimostrare che l’attività che lei sta svolgendo nel bar non è compatibile con la sua attuale condizione di salute e che, quindi, può ritardare la sua guarigione. D’altro canto, lei non ha simulato il suo infortunio! Oltretutto, e questo fatto è ancor più importante, deve dimostrare che la sua attività extralavorativa sia equiparabile, per impegno psico-fisco, alla sua normale prestazione di lavoro. Ora, se ho ben compreso, lei, al lavoro, sposta pacchi pesanti e materiali di altro genere, a braccia, da un reparto all’altro del magazzino mentre, qui, nel bar, prepara caffè e serve ai tavoli, portando bevande, due o tre bicchieri e/o tazzine al massimo, su un piccolo vassoio argentato. E’ così?>.
<Sì, avvocato, è proprio così>.
<Bene, allora è chiaro che la sua prestazione lavorativa prevede un impegno funzionale nettamente di maggior rilievo rispetto all’attività che svolge in questo bar! Ho notato, oltretutto, non è la prima volta che entro in questo bar, che lei spesso si siede a chiacchierare con dei clienti o si attarda nel leggere i quotidiani>.
<Sì, è vero, non ho vincoli particolari con il proprietario del bar, è un mio amico, lo aiuto perchè ha bisogno in questo periodo, mi riconosce qualche “soldino”, è vero, ma sono libero anche nei giorni e negli orari>.
<Ecco, bene, ciò significa che lei, qui nel bar, non svolge attività con gli stessi stringenti ritmi della prestazione lavorativa, potendo gestire la sua attività fisica con maggior elasticità, alternando riposi ad intervalli regolari al fine di non affaticare troppo le sue braccia. Mi dica un’altra cosa, Sig. Cicero: se lei fosse tornato al lavoro, il suo datore avrebbe potuto assegnarla a incarichi meno gravosi di quelli che svolge, in particolare avrebbe potuto evitarle di alzare pesi?>.
<No, assolutamente no. Lo conferma anche il fatto che il mio datore di lavoro non mi abbia mai offerto questa possibilità>.
<Non si preoccupi, quindi, Sig. Cicero, i postumi del suo infortunio sono incompatibili con la sua prestazione lavorativa ed è il suo datore di lavoro che ha l’onere di dimostrare che, in relazione alla natura degli impegni lavorativi che le sono stati dal medesimo attribuiti, il suo allontanarsi dall’abitazione per compiere attività della vita privata contrasti con gli obblighi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del rapporto lavorativo. Ricordo che proprio di recente si è pronunciata la Corte di Cassazione (Sentenza Cassazione n 22726 del 2015), confermando che è “illegittimo il licenziamento per il lavoratore che svolge attività personali durante il periodo di assenza a seguito di infortunio in itinere>.
<A questo punto, cosa mi consiglia di fare, avvocato?>.
<Impugni il licenziamento e chieda la riassunzione nel suo posto di lavoro>.
(02.02.2016)

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