Il rapporto tra interessi di mora e usura nel corso degli anni

Grandi dibattiti giurisprudenziali, nel corso degli anni, sul rapporto tra interessi di mora e usura e non sempre le pronunce dei Giudici hanno avvantaggiato il soggetto debitore intenzionato ad ottenere dalla banca il rimborso degli interessi indebitamente pagati.
Il punto nel seguente articolo.

Interessi di mora e usura

È valida la multa anche se il segnale di avviso è posto a 400 m dall’autovelox

È valida la multa per eccesso di velocità anche se il segnale che avvisa della presenza di autovelox è posto a 400 m dall’apparecchio.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l’ordinanza n. 25993 del 17 ottobre 2018.

La Suprema Corte accoglie il ricorso presentato dal Comune contro la decisione del tribunale che aveva annullato il verbale di contestazione irrogato all’automobilista per superamento dei limiti di velocità.

Secondo il giudice di secondo grado l’appello andava rigettato perché il Comune non aveva rispettato le norme in materia di segnalazione della postazione di misurazione.

Di diverso avviso invece è la Suprema Corte che accoglie il ricorso presentato dal Comune sostenendo che la validità delle multe irrogate per eccesso di velocità tramite autovelox è subordinata alla circostanza che venga preventivamente segnalata la presenza di una postazione fissa.

È importante che i cartelli di preavviso siano segnalati con adeguato anticipo rispetto al luogo di rilevamento della velocità così da garantirne il tempestivo avvistamento.

Quanto alla distanza tra i segnali o dispositivi essa va valutata in relazione allo stato dei luoghi, tuttavia se da un lato è necessario che fra il segnale e il luogo effettivo del rilevamento non ci sia una distanza superiore ai quattro chilometri, nulla la legge dispone in relazione alla distanza minima, né rileva la mancata ripetizione del segnale di divieto dopo ogni intersezione per gli automobilisti che proseguono lungo la stessa strada.

La Corte pertanto cassa la sentenza e rinvia per un nuovo giudizio.

(19.10.18)

Sì al licenziamento a voce per la colf

La colf può essere licenziata a voce e il licenziamento non è nullo, né discriminatorio.

È la stessa legge infatti a prevedere l’esenzione dalla forma scritta del recesso per il lavoro domestico.

È quanto deciso dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, con l’ordinanza n. 23766 del 1 ottobre 2018.

La Suprema Corte ha così bocciato il ricorso di una collaboratrice domestica che impugnava il licenziamento orale intimato dalla donna presso cui aveva prestato servizio per diversi anni, perché a suo avviso non avrebbe potuto licenziarla a voce.

La Cassazione tuttavia conferma la legittimità del licenziamento, sostenendo che la violazione denunciata dalla ricorrente riguarda ipotesi non ricorrenti nel caso di specie posto che per il lavoro domestico è espressamente prevista l’esenzione dalla forma scritta del licenziamento.

(05.10.18)

È il proprietario del giardino e non il condominio a dover pagare le spese di rifacimento del muro di recinzione

È quanto stabilito  dalla Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l’ordinanza n. 22155 del 12.09.2018.

Il muro di recinzione, infatti, ha solo la funzione di delimitare la proprietà del singolo, senza presentare alcun collegamento con l’edificio.

Affinché il muretto sia considerato quale bene comune è necessario che il regolamento condominiale lo consideri tale, assimilandolo ai muri maestri e alle facciate del palazzo.

Nel caso di specie una donna, proprietaria di un appartamento con giardino al piano terra di un condominio, ha chiesto di accertare la condominialità del muretto di recinzione e della ringhiera sovrastante per poter porre a carico di tutti i condomini i lavori di riparazione per lo stesso necessari.

Secondo la Corte d’appello detto muretto costituiva oggetto di proprietà esclusiva della ricorrente, avendo la funzione di recintare il giardino di proprietà esclusiva della signora.

La donna ricorreva in Cassazione sostenendo che dovesse operare una presunzione di condominialità per il muretto dato che lo stesso, posto al confine del suo giardino, costituiva un elemento decorativo e delimitativo del complesso edilizio.

Secondo la Suprema Corte, un muro di recinzione di un giardino di proprietà esclusiva, pur essendo inserito all’interno della struttura dell’intero complesso immobiliare, non può essere compreso fra le parti comuni dell’edificio posto che la sua funzione è quella di delimitare e contenere il giardino di proprietà esclusiva.

La Corte pertanto respinge il ricorso.

(19.09.18)

Legittimo il licenziamento del piazzista che altera le ricevute relative ai rimborsi dei pasti

E’ legittimo il licenziamento del piazzista che altera le ricevute relative ai rimborsi dei pasti. E’ quanto stabilito dalla sezione lavoro della Cassazione con la recente ordinanza n. 21045/2018 del 23 agosto che ha respinto il ricorso di un piazzista reo di aver commesso irregolarità nella rendicontazione dei pasti di lavoro.

Secondo la Suprema Corte la condotta del lavoratore deve infatti ritenersi grave in considerazione del grado di fiducia che l’imprenditore deve porre nei confronti di chi opera fuori sede.

Nel caso di specie, il Tribunale aveva accolto il ricorso dell’uomo dichiarando illegittimo il licenziamento, la Corte d’Appello aveva invece ribaltato la decisione stabilendo che l’azienda aveva assolto all’onere probatorio su di essa gravante, diversamente dal lavoratore che non era stato in grado di fornire la prova liberatoria. La questione è dunque giunta in Cassazione dove l’uomo ha contestato la decisione nella parte in cui si affermava che egli avesse agito con dolo.

La Cassazione, nel respingere la domanda, ha rilevato come nessuna censura potesse muoversi alla conclusione della Corte d’Appello la quale aveva desunto irregolarità dalle risultanze/documenti di causa, nonché dal fatto che il lavoratore aveva comunque rendicontato le spese sostenute, nonostante i problemi relativi alla loro documentazione e pur sapendo che le stesse sarebbero state sottoposte a controllo. Secondo la Suprema Corte, inoltre, i giudici di merito hanno ritenuto correttamente legittima la misura adottata ovvero il licenziamento, alla luce degli standards specifici propri delle mansioni svolte (appunto viaggiatore piazzista) e del grado di fiducia che il datore di lavoro deve porre rispetto ad una attività lavorativa svolta dal dipendente al di fuori della sfera di sorveglianza diretta di chi sia addetto al controllo. La sanzione irrogata è quindi risultata proporzionata rispetto alla lesione del vincolo fiduciario che non consentiva la prosecuzione del rapporto di lavoro. (16.0918)

Cade l’obbligo di repechage del dipendente se le posizioni libere in azienda utilizzano una diversa tecnologia

Cade l’obbligo di repechage del dipendente se le posizioni libere in azienda utilizzano una diversa tecnologia. L’inadeguatezza tecnica per l’espletamento dei compiti esclude, infatti, in radice la possibilità di ricollocazione in mansioni anche inferiori.

E’ quanto stabilito dalla sezione lavoro della Corte di Cassazione con la sentenza n. 11413-2018 dell’11 maggio che ha respinto il ricorso di un lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo.

Il lavoratore ha sostenuto nel giudizio in Cassazione che il riassetto dell’organizzazione aziendale e la decisione di licenziare avrebbero dovuto essere diretti a fronteggiare situazioni di difficoltà aziendali allo stato non esistenti. Inoltre la società aveva posto in essere nuove assunzioni di tecnici specializzati senza tenere conto della sua esperienza e della possibilità di adibirlo a quelle lavorazioni, anche magari con mansioni inferiori.

La Suprema Corte di Cassazione nel respingere il ricorso del dipendente, ha chiarito che ai fini della legittimità del licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro deve necessariamente provare ed il Giudice accertare, sì da assurgere a requisito di legittimità intrinseco al recesso ai fini dell’integrazione della fattispecie astratta, escludendo conseguentemente che la tipologia di licenziamento di cui si tratta possa dirsi  giustificata solo in situazioni di  crisi di impresa. Per quanto poi riguarda nello specifico l’obbligo di repechage, nel caso di specie la Cassazione ha ritenuto provata l’impossibilità di utilizzare il lavoratore ricorrente in mansioni diverse ma equivalenti, nonché in mansioni di tecnico specializzato, dal momento che la tecnologia dallo stesso conosciuta ed utilizzata era ormai superata. Per la Suprema Corte, infatti, l’eterogeneità del bagaglio di capacità e di esperienze professionali rispetto alla diversa posizione lavorativa libera in azienda, lascia venire meno il fondamento stesso dell’obbligo di repechage, il quale evidentemente postula che le energie lavorative del dipendente siano ugualmente impiegabili nelle alternative mansioni che al medesimo lavoratore debbono essere assegnate.

(25.07.18)

Co.co.pro fittizi

L’imprenditore che stipula dei co.co.pro fittizi per risparmiare sulla posizione contributiva dei suoi collaboratori, commette un’evasione contributiva e non solo un’omissione. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 6405 del 13 marzo 2017 (sentenza n. 6405 del 13 marzo 2017)

Con la predetta sentenza la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una società a responsabilità limitata che aveva proposto opposizione contro le cartelle emesse da Inps ed Inail per il pagamento di contributi e premi evasi relativamente a tre lavoratori assunti fittiziamente a progetto, di fatto, invece, mediante contratti di lavoro subordinato.

In tema di obbligazioni contributive nei confronti degli enti di gestione previdenziale ed assistenziale, la Cassazione ha, infatti, ritenuto che l’accertamento dell’esistenza tra le parti di un contratto di lavoro subordinato in luogo di uno di lavoro a progetto (benché regolarmente denunciato e registrato, ma di fatto privo di uno specifico progetto) integra l’ipotesi di evasione contributiva ex art. 116, comma 8, lett. b della Legge n. 388/2000 e non la meno grave fattispecie di omissione contributiva di cui alla lett. a della medesima normativa (art. 116 Legge n. 388-2000)

E tutto ciò perché, secondo il recente orientamento della Suprema Corte, la stipulazione di co.co.pro fittizi (cioè privi dei requisiti prescritti dalla legge) implica un occultamento dei veri rapporti lavorativi o delle retribuzioni erogate o di entrambi, e fa presumere la volontà del datore di lavoro di realizzare tale occultamento al fine specifico di non versare i contributi e/o i premi dovuti ad Inps ed Inail. Trattandosi, tuttavia, di una presunzione non assoluta, grava sul datore di lavoro inadempiente l’onere di provare la mancanza del predetto intento fraudolento e quindi di dimostrare la sua buona fede. Tale onere, peraltro, non può reputarsi assolto in ragione dell’avvenuta corretta annotazione dei dati omessi o infedelmente riportati nelle denunce sui libri di cui è obbligatoria la tenuta. In tale contesto spetta, infatti, al giudice accertare che vi siano delle circostanze di fatto atte a vincere la presunzione di cui si tratta.

Muovendo, quindi, dalle predette considerazioni, la Cassazione, nel caso specifico, ha respinto il ricorso della società a responsabilità limitata, stabilendo che i tre rapporti di lavoro oggetto del giudizio costituivano ordinari rapporti di lavoro subordinato, in quanto il progetto non possedeva alcuna delimitazione funzionale rispetto all’attività dell’azienda ed era dunque privo del necessario requisito di specificità richiesto ex lege.
All’azienda non è rimasto che pagare le cartelle di pagamento dei contributi e premi evasi.

(03.05.17)

Il danno catastrofale

Il danno catastrofale, ossia la sofferenza psichica causata dalla consapevolezza di dover morire a fronte delle gravi lesioni riportate, è risarcibile a titolo di danno morale ex art. 2059 c.c..

Premettendo che in caso di perdita di un familiare a causa di una condotta illecita altrui, come nei casi di incidente stradale, di responsabilità medica o aggressioni, i familiari della vittima potranno chiedere il risarcimento dei danni subiti sia dai medesimi direttamente, quindi iure proprio, per il danno morale sofferto dalla perdita del rapporto parentale, e sia quali eredi della vittima, quindi iure hereditatis, per i danni biologici e morali patiti direttamente dalla vittima, va detto che il danno catastrofale, che rientra fra quest’ultimi, è risarcibile soltanto se la vittima sia stata in grado di comprendere che la propria fine era imminente. In difetto di tale lucida consapevolezza, non è concepibile l’esistenza del danno in questione.

Ai fini della sussistenza del danno catastrofale, la durata di tale sofferente consapevolezza, rileva solo ai fini della sua quantificazione e non per la sua configurabilità. Difatti, con sentenza n. 5866/2015, la Corte di Cassazione ha statuito che “deve ritenersi giuridicamente scorretto escludere la risarcibilità del danno catastrofale per il solo fatto che la vittima del sinistro restò vigile per non più di due ore: ciò che rileva per affermare il diritto al risarcimento non è tanto la durata, quanto l’effettiva esistenza di un danno catastrofale, ossia dello sconvolgimento psichico patito da chi si trovi a cogliere, anche per un periodo di breve durata, il proprio momento terminale, mentre l’elemento della durata della sofferenza può incedere unicamente sulla quantificazione del risarcimento”.

In tali ipotesi, al danno biologico terminale, potrà quindi sommarsi una componente di sofferenza psichica, appunto il danno catastrofale, questo ultimo da liquidarsi in via equitativa dal giudice, tenendo conto della enormità del pregiudizio.

(10.04.17)

E se il lavoratore esasperato dal clima ostile sul luogo di lavoro prende le difese di un collega criticando l’operato del proprio responsabile?

Ai sensi dell’art. 2105 c.c., vige in capo al lavoratore l’obbligo di fedeltà, quest’ultimo volto a tutelare l’interesse del datore alla propria competitività sul mercato, suscettibile di essere compromessa da condotte del lavoratore le quali, secondo una valutazione compiuta dal legislatore, possono integrare violazioni del generale dovere di buona fede contrattuale. Difatti, l’obbligo di fedeltà si sostanzia nell’obbligo del lavoratore di tenere un comportamento leale verso il datore e di tutelarne in ogni modo gli interessi.

E allora, esternare un’esasperazione verbale o scritta dai toni accesi ai propri superiori prendendo una ferma posizione in difesa di un collega è insubordinazione o esercizio del diritto di critica? La giurisprudenza si è interrogata se, nel caso, si realizzi un’ipotesi di insubordinazione, quale violazione degli obblighi di obbedienza e fedeltà a carico del lavoratore e, conseguentemente, la legittimità del licenziamento di tale lavoratore per giusta causa.

Ebbene, con la sentenza n. 26930 del 23.12.16, la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, ha precisato che, a tal fine, occorre riferirsi attentamente alla ricostruzione del contesto ambientale lavorativo, emotivo e personale di maturazione dell’esasperata reazione verbale del lavoratore. Inoltre, occorre verificare se l’esternazione verbale del lavoratore consista effettivamente in un’insubordinazione, anche operando una valutazione coerente con i principii di diritto in materia di legittimo esercizio del diritto di critica. In altre parole, secondo la Suprema Corte, ai fini di un bilanciamento tra l’obbligo di obbedienza e fedeltà con il diritto di critica, occorre effettuare un’analisi del caso concreto, tenuto conto dell’ambiente lavorativo e dello stato personale del lavoratore.

Difatti, secondo la Suprema Corte, “deve essere confermata la motivazione della sentenza di merito che dichiara illegittimo il licenziamento per giusta causa inflitto al lavoratore per una presunta insubordinazione dovendosi escludere la rilevanza disciplinare dell’esasperata reazione verbale del lavoratore, dovendosi considerare il contesto ambientale lavorativo ed emotivo personale in cui detta reazione risulta maturata”.

Questo in quanto, in un ambiente lavorativo teso ed in presenza di un’esasperazione emotiva del lavoratore, la presa di posizione del medesimo nei confronti dei propri superiori, anche mediante toni accesi, non configura una volontà di gettare discredito al decoro dell’impresa ma l’esercizio del diritto di critica del lavoratore medesimo, determinato dalle particolari condizioni dell’ambiente di lavoro. In tale caso, l’eventuale licenziamento del lavoratore per insubordinazione o giusta causa è illegittimo.

(22.03.17)

Il datore di lavoro può aprire l’armadio dove il dipendente imbosca le pratiche inevase e licenziare il lavativo?

Galeotto fu l’armadio! L’ispezione dei superiori nel mobile in dotazione al lavoratore assente ha portato al licenziamento dell’incolpato: nei ripiani sono state trovate tutte le pratiche che negli anni l’impiegato pubblico aveva imboscato per evitare di trattarle. L’occasione per tale verifica è stata una lunga assenza dal servizio del dipendente interessato ma la decisione dei responsabili dell’ente risulta conforme al principio costituzionale di buon andamento dell’amministrazione. E’ quanto emerge dalla sentenza n. 5314/17, pubblicata il 02.03.17 dalla sezione lavoro della Corte di Cassazione.

Dopo un lungo e tormentato procedimento disciplinare è diventato, dunque, definitivo il licenziamento del lavativo, dipendente di un ente previdenziale: tra le carte dell’armadio ispezionato dai superiori sono state trovate numerose pratiche inevase di varia natura (dalla ricongiunzione di contributi sino al riscatto di laurea, ed ancora marche da bollo non annullate e dunque riutilizzabili). Il nascondiglio del lavoratore è risultato persino sopravvissuto al trasloco dell’ufficio.

Preliminarmente, l’accesso dell’ente all’armadio del dipendente è stato giudicato legittimo perché finalizzato al buon andamento dell’azione amministrativa in ordine alle pratiche ivi custodite. La sanzione risolutiva adottata dall’amministrazione è stata alla fine ritenuta proporzionata perché la condotta contestata si connota come grave, avuto riguardo all’entità degli atti occultati ed alla rilevanza sul piano economico delle pratiche non trattate. Le questioni poste dal dipendente sull’iter disciplinare sono risultate prive di pregio perché è stato accertato che il codice è pubblicato sul sito istituzionale dell’ente ed è stato, comunque, comunicato all’interessato per posta elettronica; in ogni caso per gli addebiti contestati la pubblicità del codice non risulta necessaria. Al lavoratore non è rimasto altro che pagare le spese del giudizio.

(16.03.17)