Infiltrazioni d’acqua provenienti dall’appartamento sovrastante? Il Condominio non paga.

Hai infiltrazioni nel tuo appartamento che provengono dall’appartamento del condomino del piano di sopra? Secondo la Cassazione il Condominio non è responsabile.

Con la sentenza n. 27248/18 la Suprema Corte, Sezione II Civile, ha infatti  affermato che la presunzione di condominio dell’impianto idrico di un immobile in condominio non possa essere estesa a quella parte dell’impianto situata all’interno degli appartamenti dei singoli condomini, cioè nella loro sfera di proprietà esclusiva.

Da ciò discende che se le infiltrazioni d’acqua nel tuo appartamento derivano da una diramazione dell’impianto presente nell’appartamento di un altro condomino, il Condominio non potrà essere chiamato a rispondere del risarcimento dei danni in tuo favore. Ciò sulla base del criterio dell’ubicazione degli impianti, in base al quale ciò che rileva per determinare chi sia tenuto al risarcimento è il luogo in cui sono situati gli impianti danneggiati che hanno dato causa al danno.

(17.05.19)

Macchia d’olio sull’asfalto: se è recente si tratta di caso fortuito

Grava sul custode della strada, ossia sul Comune, fornire la prova della presenza di una recente macchia d’olio sull’asfalto, non prevedibile e dunque non evitabile.

E’ quanto deciso dalla Corte di Cassazione, sezione III civile, con la sentenza n. 7361 del 15.03.2019.

Nel caso di specie un uomo citava in giudizio Roma capitale per ottenere il risarcimento dei danni causati alla sua persona e alla motocicletta di sua proprietà, causati dalla caduta provocata da una macchia d’olio sul manto stradale.

In primo grado il Tribunale rigettava la domanda ritenendo non sussistenti gli elementi di cui all’art. 2043 c.c. e negando che la macchia d’olio, date le risultanze di causa, potesse considerarsi un’insidia attribuibile alla colpa dell’ente proprietario della strada.

La decisione veniva confermata anche in secondo grado, tuttavia la Corte d’appello inquadrava la fattispecie in esame sotto l’art. 2051 c.c., ipotizzando quindi una responsabilità da cose in custodia, tuttavia esclusa in quanto non risultava che la macchia d’olio fosse lì da tempo, quindi il comune di Roma non avrebbe potuto rimuoverla in tempo.

La Suprema Corte di diverso avviso accoglie il ricorso.

Secondo la Cassazione l’art. 2051 c.c. pone una responsabilità oggettiva che prescinde dalla colpa del custode. Ciò comporta che una volta ammesso che vi sia un nesso causale tra la cosa e il danno (dimostrazione che spetta al danneggiato), spetta poi al custode, nel caso in esame il Comune, la prova liberatoria, ossia la dimostrazione della estraneità dell’evento dalla sua sfera, allegando elementi a supporto del caso fortuito.

(26.03.19)

Tamponamento a catena di veicoli in coda e fermi: è responsabile solo il conducente dell’ultima vettura

In caso di tamponamento a catena di veicoli in coda e fermi è responsabile solo il conducente dell’ultima vettura.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione che con l’ordinanza n. 15788 del 15.06.18 ha accolto il ricorso di due automobilisti contro la compagnia di assicurazione.

Sia davanti al Giudice di Pace, che in sede di appello davanti al Tribunale, i ricorrenti si erano visti rigettare la loro richiesta di riconoscere quale unico responsabile del tamponamento in cui erano rimasti coinvolti il conducente dell’ultima vettura.

I giudici di primo e secondo grado, infatti, ritenevano che dovesse applicarsi l’art. 2054 cod. civ. che presume la colpa in egual misura di entrambi i conducenti di ciascuna coppia di veicoli.

La Cassazione, invece, ha invece chiarito come l’art. 2054 secondo comma c.c. trovi applicazione in caso di tamponamento a catena tra veicoli in movimento, con conseguente presunzione di colpa in egual misura fra i conducenti per non aver rispettato la distanza di sicurezza rispetto al veicolo antistante. Nel caso, invece, di veicoli fermi, precisa la Corte, l’unico responsabile delle collisioni è il conducente che le ha determinate, tamponando da ultimo i veicoli incolonnati.

(12.07.18)

Il danno catastrofale

Il danno catastrofale, ossia la sofferenza psichica causata dalla consapevolezza di dover morire a fronte delle gravi lesioni riportate, è risarcibile a titolo di danno morale ex art. 2059 c.c..

Premettendo che in caso di perdita di un familiare a causa di una condotta illecita altrui, come nei casi di incidente stradale, di responsabilità medica o aggressioni, i familiari della vittima potranno chiedere il risarcimento dei danni subiti sia dai medesimi direttamente, quindi iure proprio, per il danno morale sofferto dalla perdita del rapporto parentale, e sia quali eredi della vittima, quindi iure hereditatis, per i danni biologici e morali patiti direttamente dalla vittima, va detto che il danno catastrofale, che rientra fra quest’ultimi, è risarcibile soltanto se la vittima sia stata in grado di comprendere che la propria fine era imminente. In difetto di tale lucida consapevolezza, non è concepibile l’esistenza del danno in questione.

Ai fini della sussistenza del danno catastrofale, la durata di tale sofferente consapevolezza, rileva solo ai fini della sua quantificazione e non per la sua configurabilità. Difatti, con sentenza n. 5866/2015, la Corte di Cassazione ha statuito che “deve ritenersi giuridicamente scorretto escludere la risarcibilità del danno catastrofale per il solo fatto che la vittima del sinistro restò vigile per non più di due ore: ciò che rileva per affermare il diritto al risarcimento non è tanto la durata, quanto l’effettiva esistenza di un danno catastrofale, ossia dello sconvolgimento psichico patito da chi si trovi a cogliere, anche per un periodo di breve durata, il proprio momento terminale, mentre l’elemento della durata della sofferenza può incedere unicamente sulla quantificazione del risarcimento”.

In tali ipotesi, al danno biologico terminale, potrà quindi sommarsi una componente di sofferenza psichica, appunto il danno catastrofale, questo ultimo da liquidarsi in via equitativa dal giudice, tenendo conto della enormità del pregiudizio.

(10.04.17)

La compagnia assicuratrice è responsabile per la vendita da parte di un proprio agente di un prodotto fantasma

Un agente tanto gentile ed affabile ci presenta un prodotto assicurativo come “un vero affare” e un po’ per inesperienza, un po’ per eccesso di fiducia e la volontà di investire la somma di denaro, sottoscriviamo il contratto, consegnando direttamente all’agente l’importo da investire. Quando chiediamo all’assicurazione di poter vedere l’andamento del nostro investimento, la compagnia ci risponde in modo imbarazzato che quel prodotto non esiste e di aver già preso provvedimenti nei confronti nell’agente.

Posso essere tutelato? La compagnia assicuratrice ha qualche responsabilità? L’essermi fidato ha qualche rilievo?Prodotto assicurativo fantasma

La Corte di Cassazione ha risposto a tale quesito precisando che la compagnia assicuratrice è responsabile per la vendita da parte di un proprio agente di un prodotto fantasma.
L’art. 2049 c.c. prevede la responsabilità dei padroni e dei committenti, stabilendo che questi ultimi sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti. Sulla base di tale norma, Corte di Cassazione nella sentenza n. 18860/2015 ha precisato che “nel giudizio di responsabilità di una compagnia di assicurazioni, ex art. 2049 c.c., per il fatto illecito del suo agente che abbia venduto un prodotto assicurativo “fantasma”, impossessandosi del denaro versato dal risparmiatore per l’acquisto, il giudice di merito è tenuto a verificare la sussistenza di un nesso di occasionalità necessaria tra l’attività di questi e la commissione dell’illecito, ravvisabile ove sia stata agevolata o resa possibile dalle incombenze affidate all’agente, mentre non è necessario che il danneggiato provi il dolo o la colpa della società assicuratrice, ovvero di aver verificato la reale esistenza e la riconducibilità alla stessa del prodotto venduto”.

Secondo la Suprema Corte, ai fini dell’applicazione della responsabilità oggettiva ex art. 2049 c.c., è quindi sufficiente la sussistenza del rapporto di occasionalità necessaria tra la condotta antigiuridica dell’agente e le incombenze al medesimo affidate dalla compagnia assicuratrice. Tale rapporto di occasionalità necessaria si verifica allorquando le mansioni affidate all’agente abbiano determinato una situazione tale da agevolare o rendere possibile il fatto illecito e l’evento dannoso, anche se l’agente abbia operato al di là dei limiti delle sue incombenze e perfino trasgredendo gli ordini ricevuti e con dolo. Secondo la sentenza n. 18860/2015, il rapporto di occasionalità necessaria è elemento sufficiente ai fini della configurazione di responsabilità ex art. 2049 c.c., con conseguente irrilevanza di una supposta colpa dei risparmiatori nell’aver fatto affidamento circa l’esistenza e la riconducibilità del prodotto alla compagnia assicuratrice, nonché di colpa o dolo di quest’ultima. Questo in quanto la funzione della responsabilità ex art. 2049 c.c. è di tutelare chi abbia rapporti con un soggetto che, in virtù del suo inserimento in una struttura (quale una compagnia assicuratrice), crei per ciò stesso un particolare affidamento nel cliente una volta proposto l’acquisto di prodotti del gruppo, affiancando così alla responsabilità diretta dell’operatore disonesto quella della società che lo ha utilizzato mettendolo in condizione di provocare il danno al risparmiatore.

(09.02.17)

Incidente stradale: l’investimento del pedone

Incidente stradaleSpesso è particolarmente grave l’incidente stradale in cui viene coinvolto un pedone che, se investito da un’autovettura, può riportare gravi ferite o, pensando, ad esempio, a quando il pedone è travolto dal veicolo che viaggia a forte velocità, può perdere la vita. Il più delle volte la colpa dell’incidente stradale è attribuibile al conducente dell’automezzo che sarà tenuto, quindi, insieme al proprietario del veicolo e alla sua compagnia assicuratrice che lo garantisce per la responsabilità civile, al risarcimento dei danni subiti dal pedone (o dai suoi eredi). Vi sono casi in cui, però, il pedone concorre a causare l’incidente stradale e, quindi, i danni gli verranno risarciti solo parzialmente o, addirittura, casi in cui la colpa dell’incidente stradale è attribuibile solo al pedone che, di conseguenza, non verrà risarcito dei danni che ha riportato. Vediamo qualche caso preso in esame dai giudici della Suprema Corte, partendo da quello in cui il pedone è esente da responsabilità.
Ai sensi dell’art. 2054, primo comma, codice civile, il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Per superare tale presunzione, “non è sufficiente che il conducente provi che l’investimento del pedone sia avvenuto mentre il veicolo procedeva alla velocità consentita nel centro abitato in condizioni ottimali, dovendo la stessa velocità essere costantemente adeguata alle circostanze del caso concreto, onde prevenire un’eventuale situazione di pericolo” (Cassazione Civile, sezione Terza, sentenza 14635 del 27.06.2014).
Diversamente “i parenti del pedone, vittima del sinistro stradale, che non si avvalse delle strisce per attraversare la strada, vengono parzialmente risarciti. Esiste un concorso di colpa tra il pedone e l’automobilista che, sebbene viaggiasse a velocità moderata, non aveva fornito la prova di aver fatto il possibile, con una manovra di emergenza, per evitare l’incidente mortale.” (Cassazione Civile, sezione Terza, sentenza 1135 del 22.01.2015).
Mentre “non va risarcito il pedone investito che attraversa col semaforo rosso se l’automobilista fa ogni cosa in suo potere per evitare l’incidente” (Cassazione Civile, sezione terza, sentenza 12721 del 19.06.2015).
(15.03.2016)

Morte della casalinga in incidente stradale, diritto al risarcimento del danno patrimoniale agli eredi (Tribunale di Milano, Sez. X, 11.02.2016)

Zentralbild-Hesse-Mihatsch We-Qu 19.9.1956 Ausstellung "Die Welt der Frau". Die hohe Zahl der Besucher, die bisher die Ausstellung "Die Welt der Frau" in der Deutschen Sporthalle in Berlin gesehen haben, - bisher wurden weit über 10 000 Personen gezählt - beweist, dass es sehr interessante Dinge in dieser Schau zu sehen gibt. Neben vielen Neuheiten, die der Hausfrau das Leben erleichtern, und den Werktätigen den Feierabend schöner und bequemer gestalten helfen, werden auch die Zimmereinrichtungen gezeigt, die jeder Teilnehmer an der großen Tombola zum 7. Jahrestag der DDR gewinnen kann. UBz. Raumsparend und zweckentsprechend ist die Kücheneinrichtung, die zum Hauptgewinn der großen Tombola gehört. Ein Küchentisch mit drei Platten in verschiedenen Höhen erleichtert der Hausfrau die Küchenarbeit. (siehe auch Bild 1 und 3)"

Rilevante sentenza del Tribunale di Milano (Sezione Decima Civile, Dott.ssa Adriana Cassano Cicuto, Sentenza dell’11 febbraio 2016) che attribuisce grande importanza al ruolo di casalinga. Difatti, ai congiunti superstiti di una casalinga, deceduta a seguito di un incidente stradale, è stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno patrimoniale, oltre agli ulteriori risarcibili e risarciti, conseguente alla perdita patita dal marito e dai figli minori per l’apporto della vittima del sinistro, come moglie e come madre, al compendio familiare. Tutte le incombenze di natura prettamente materiale per la cura e la pulizia della casa svolte dalla casalinga quando era in vita dovranno essere soddisfatte con la necessaria assunzione, da parte dei suoi congiunti superstiti, di una colf per la collaborazione familiare. La presenza di figli minori ha indotto il giudice a liquidare una somma (Euro 50.000,00) in via equitativa, ex art. 1226 c.c., limitata nel tempo, ai congiunti superstiti, tenendo conto che della necessità dell’impiego di una colf almeno fino al completamento del loro percorso di studi, quando è prevedibile, sostiene il giudice, che essi potranno rendersi autonomi.
(17.02.2016)

Il danno morale può essere risarcito autonomamente

holzfigur-980784_1920Sino a tutto il 2006, il danno morale, inteso, in generale, come la sofferenza d’animo subita dal soggetto leso fisicamente, è stato pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza, in modo univoco, come danno risarcibile autonomamente dal danno biologico che, secondo l’art. 13, comma 1, del D. Lgs. n. 38/2000 può definirsi la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona, ma l’orientamento sembrava essere cambiato con le successive pronunce della Suprema Corte, si pensi ad esempio alla sentenza n. 26972/08 Cassazione Sezioni Unite: “il danno morale non costituisce un’autonoma posta di danno diversa da quella relativa al c.d. danno biologico, entrambi essendo riconducibili al più ampio concetto di danno non patrimoniale” (Il danno non patrimoniale consiste nella lesione di interessi giuridicamente rilevanti, cagionata secondo le regole degli articoli 2043 e seguenti del codice civile, fra cui vanno individuate le diverse categorie del danno biologico, del danno morale, del danno esistenziale). Tuttavia, più di recente, la Suprema Corte si è pronunciata diversamente, ammettendo l’autonoma risarcibilità del danno morale, distinta da quella del danno biologico, in un primo momento riconoscendolo solo nel caso di lesioni di non lieve entità (vd. Cassazione Civile, Sezione III, sentenza 09.06.2015 n. 11851 e Cassazione Civile, Sezione Lavoro, sentenza 20.11.2015 n. 23793) ma, in un secondo momento, ampliandone l’ambito di risarcibilità anche alle micropermanenti, appunto lesioni di lieve entità, laddove però tale danno venga provato, sia pure per presunzioni (vd. Cassazione Civile, Sezione III, sentenza 13.01.2016 n. 339).
(05.02.2016)

Sinistro stradale e la responsabilità aggravata delle compagnie assicuratrici

Ecco una curiosa sentenza in tema di risarcimento danni da sinistro stradale.
Con sentenza n. 2428 del 07-10.12.2015 il Tribunale di Tivoli, visto l’atteggiamento extra ed endo-processuale tenuto dalle compagnie assicuratrici, ha condannato quest’ultime, ai sensi dell’art. 96 c.p.c. (c.d. lite temeraria), al pagamento del quadruplo delle spese legali liquidate in favore del danneggiato, avendo preferito resistere in giudizio pur in assenza di valide motivazioni.
Osserva, infatti, il giudice “…è evidente che (n.d.r. le compagnie assicuratrici) hanno resistito in giudizio senza aver liquidato il danno che, stante le competenze della compagna, certamente era ben nota alla parte. Nella rappresentazione dei fatti, inolre, hanno enfatizzato elementi del tutto trascurabili o addirittura equivoci. Infine, lo status di straniero senza fissa dimora..è notoriamente elemento che gioca a sfavore della vittima, come certamente noto alle compagnie assicuratrici, che difficilmente avrà accesso alla giustizia“, “per tale ragione – continua la sentenza – si stima equo condannare ogni compagnia assicuratrice a pagare una somma pari al quadruplo delle spese legali, in favore di parte attrice, ex art. 96 u.c. c.p.c.. Del resto l’istituto delle spese aggravate è strumento finalizzato a disincentivare le cause defatigatorie e strumentali e deve essere parametrato alla capacità ed alla forza giuridica della parte ed alla posizione di vantaggio che la parte colposamente resistente vanta nei confronti dell’avente ragione.“.
Del resto, osserva ancora il Tribunale di Tivoli “non può sottacersi l’esistenza di un enorme contenzioso (che rallenta la giustizia) che vede soccombenti le compagnie assicuratrici e che è generato – con tutta evidenza – da intenti defatigatori delle compagnie assicuratrici stesse, nel palese tentativo di indurre le parti ad accettare somme inferiori al dovuto in tempi brevi o, al contrario dover sottostare ai lunghi tempi della giustizia e, non da ultimo, al rischio di errori processuali. La tolleranza di tali comportamenti si tradurrebbe, inevitabilmente, in un vantaggio economico che, in un’ottica imprenditoriale, è destinato sempre e comunque ad alimentare il contenzioso, stante gli evidenti vantaggi che per l’impresa assicurativa ne derivano“.
(07.01.2016)

Attenzione ad attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali!

attraversamento pedonale Presta attenzione quando attraversi la strada al di fuori delle strisce pedonali!
Una recente ordinanza della Terza Sezione della Corte di Cassazione (ord. n. 23519/2015 pubblicata il 17.11.2015) ha, infatti, confermato la sentenza di merito che aveva riconosciuto l’esclusiva responsabilità del pedone alla causazione del sinistro.
La condotta del pedone, che ha attraversato d’improvviso una strada a largo scorrimento, in ore serali, in condizioni di scarsa visibilità e al di fuori delle strisce pedonali, è, secondo la Corte, tale da escludere ogni responsabilità in capo al conducente del veicolo che lo ha investito, stante l’imprevedibilità e l’imprudenza del pedone che ha reso inevitabile l’impatto, non consentendo al conducente del veicolo alcuna manovra di emergenza.
Tale ordinanza ha pertanto confermato il rigetto delle domande risarcitorie svolte dagli eredi del pedone, rimasto vittima del sinistro.
(20.11.2015)