Per la lite fra utente e compagnia telefonica è possibile la conciliazione in Camera di commercio oltre che al Corecom

Il tentativo di conciliazione con la compagnia telefonica chiamata in causa per inadempimento contrattuale non deve per forza svolgersi innanzi agli organismi di Conciliazione c.d. Corecom (comitati Regionali per le Comunicazioni), ma può in alternativa svolgersi anche innanzi alle Camere di commercio o davanti ad altri organismi muniti dei requisiti di imparzialità, trasparenza, efficacia ed equità, così come stabilito dalle raccomandazioni della Commissione Europea.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, terza sezione civile, con l’ordinanza n. 26913 del 24 ottobre 2018.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso di un uomo che chiedeva alla compagnia telefonica il risarcimento dei danni a fronte di un inadempimento contrattuale.

Il giudice di secondo grado aveva bocciato l’istanza perché il tentativo di conciliazione non era stato esperito davanti al Corecom competente, bensì dinnanzi alla Camera di commercio.

Di diverso avviso invece la Suprema Corte che cassa con rinvio la sentenza sostenendo che l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione non implica che questo debba necessariamente svolgersi davanti agli organismi del Corecom, ma è sufficiente che le parti si rivolgano, in alterativa, alle Camere di conciliazione che sono istituite presso le Camere di commercio o presso altri organismi muniti dei requisiti di trasparenza, efficacia ed equità secondo quanto richiesto dalla Commissione Europea.

Ne consegue dunque la non proponibilità del tentativo di conciliazione dinanzi al Corecom se per la stessa controversia è già stato esperito un tentativo di conciliazione innanzi ad altri organismi comunque abilitati.

(26.10.2018)

Quando non è accertata la causa della casa allagata spetta al conduttore pagare i danni

Il conduttore dell’immobile deve pagare i danni al locatore per la casa allagata quando non è accertata la causa del danno.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, terza sezione civile, con l’ordinanza n. 22823 del 26.09.2018.

Secondo quanto previsto dall‘art. 1588 c.c. durante la locazione il conduttore risponde della perdita e del deterioramento della cosa locata qualora non provi che i danni siano avvenuti per una causa a lui non imputabile.

Non è dunque sufficiente che “con tutta probabilità” i locali siano stati invasi dall’acqua a causa di un vizio di un sanitario. In un contratto di locazione, infatti, per molti aspetti grava sul conduttore un obbligo di custodia e manutenzione della cosa ex art.  2051 c.c..

Nel caso di specie il proprietario dell’immobile presentava ricorso in Tribunale perché durante il mese di agosto, mentre l’inquilino era in vacanza, si ritrovava la villa sommersa d’acqua a seguito dell’allagamento del bagno, con conseguenti danni ingenti alle strutture e al mobilio.

Vista l’assenza dell’inquino il proprietario si recava prontamente nell’immobile per riparare il danno.

In ultimo grado la Cassazione accoglie il ricorso del proprietario e ribalta la decisione della decisione della Corte d’Appello sostenendo come quest’ultima sbagli nel ritenere che la causa sconosciuta del danneggiamento non sarebbe a carico del conduttore. Secondo la Suprema Corte, infatti, l’art. 1588 c.c. pone in capo al locatario una presunzione di colpa, superabile solo dimostrando che la causa del deterioramento non è a lui imputabile. Circostanza questa non pienamente provata nel caso di specie e quindi non sufficiente ad escludere che il conduttore sia estraneo al sinistro.

(27.09.18)

Chi acquista un cane ha due mesi di tempo per contestare al venditore che il cane è malato ed essere rimborsato

L’acquirente consumatore ha due mesi di tempo per denunciare al venditore la patologia di cui risulta affetto l’animale acquistato ed essere così rimborsato.

In questi casi la denuncia del difetto è regolamentata dal codice del consumo dato che chi acquista dev’essere considerato a tutti gli effetti un consumatore e l’animale un bene di consumo.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con la sentenza n. 22728 del 25 settembre 2018.

È stato accolto il ricorso di un uomo che aveva acquistato un cane di razza, risultato poi, a seguito di una Tac, affetto da una grave cardiopatia congenita.

Secondo il giudice di primo grado il proprietario aveva acquisito la certezza della patologia solamente il giorno in cui era stata eseguita la Tac e la denuncia risultava tardiva perché presentata oltre il termine di otto giorni previsti dall’art. 1495 c.c, non potendo applicarsi al caso concreto il codice del consumo.

Di diverso avviso la Cassazione.

Secondo la Suprema Corte, infatti, l’animale da compagnia, nel caso di specie il cane, dev’essere ricompreso nella nozione più ampia di “bene di consumo”, con la conseguenza che chi lo acquista è da considerarsi un consumatore, se l’acquisto non è collegato ad attività imprenditoriale o professionale.

Dovrà allora applicarsi la disciplina prevista dal codice del consumo, il quale all’art. 132 co. 2 prevede che se l’acquirente è un consumatore, la denuncia del difetto della cosa venduta sia soggetta al termine di decadenza di due mesi dalla data di scoperta del difetto.

(26.09.18)

L’illegittima pubblicazione del protesto

L’illegittima pubblicazione del protesto non fa scattare la responsabilità del notaio verso la società che ha effettuato l’operazione. Il notaio, infatti, che per errore pubblica un protesto nel bollettino dei protesti, anziché in quello delle cambiali tratte, non è tenuto a risarcire il danno: l’errore integra un mero indizio del danno che deve, tuttavia, provarsi in modo specifico. E’ quanto stabilito dalla terza sezione civile della Cassazione che, con la recente sentenza n. 10904 del 05.05.17, ha respinto il ricorso di una società nei confronti di un notaio reo di aver pubblicato un protesto su un bollettino errato.

 

La citata decisione della Suprema Corte muove dalla considerazione che la semplice illegittima pubblicazione del protesto, pur costituendo un indizio in ordine all’esistenza di un danno alla reputazione, non è di per sé sufficiente per la liquidazione del danno; quest’ultimo, infatti, deve essere dimostrato in modo specifico nella sua esistenza ed entità.

 

Nel caso specifico la società ricorrente non aveva provato che il protesto in oggetto – benché illegittimamente elevato – avesse leso la sua reputazione professionale, procurandole un danno sul piano dell’affidabilità commerciale e dell’immagine sociale ulteriore rispetto alla già maturata compromissione di tali valori, conseguente ai precedenti plurimi protesti. Peraltro, nel caso in esame, non si era trattato nemmeno di un protesto illegittimamente levato, bensì di un errore del programma informatico che aveva condotto alla pubblicazione non sul bollettino relativo alle cambiali tratte ma su quello dei vaglia cambiari – seguita però da una tempestiva rettifica del notaio. Alla Suprema Corte non è rimasto altro che respingere il ricorso, compensando le spese del giudizio.

(10.07.18)

 

La banca paga i danni se applica interessi usurari

interessi usurari

Ormai è noto a tutti che la banca concede il finanziamento all’imprenditore e poi, nel caso in cui questi attraversi un periodo di difficoltà economica e non riesca a rimborsare puntualmente le rate alla stessa, chiede al medesimo di “rientrare” sanando il debito in un’unica soluzione e, in difetto, lo segnala alla Centrale Rischi come cattivo pagatore, di fatto ponendolo nella condizione di non poter più operare e crescere economicamente sul mercato.
Probabilmente non è noto a tutti, però, che, facendo ciò, la banca può rischiare molto se viene accertato, attraverso una consulenza tecnica, che l’applicazione di interessi usurari, cioè oltre il tasso soglia stabilito dalla legge, nei contratti di conto corrente e di apertura di credito, abbia costituito il debito dell’imprenditore verso la banca e che, se essi non fossero stati applicati, egli avrebbe avuto addirittura un credito nei confronti della stessa.
E’ un principio più volte sottolineato dai giudici di merito e ribadito, ancora di recente, dal Tribunale di Padova, Dott. Giorgio Bertola, con sentenza n. 833, sezione Seconda, del 09.03.2016, che, nel caso preso in esame, ha “preliminarmente osservato che sussiste il lamentato nesso causale tre le difficoltà incontrate nel proprio esercizio di impresa dalla società con le condotte tenute dalla convenuta” (la banca) “che ha illegittimamente segnalato in centrale rischi la predetta società laddove invece la CTU ha accertato che essa avesse una posizione creditoria e non debitoria oltre ad applicare interessi usurari” e ha così condannato la banca convenuta in giudizio a risarcire il danno non patrimoniale all’impresa, pari al doppio degli interessi usurari conteggiati dal consulente tecnico poichè “tale condotta di parte convenuta ha di fatto comportato la impossibilità economica di operare sul mercato” (per la società) “visto che, come ogni impresa, per produrre reddito aveva la necessità di ricorrere al mercato del credito e la revoca degli affidamenti sia presso la Cassa di Risparmio che presso l’altro istituto di credito, oltre alla segnalazione in centrale rischi, ne hanno oggettivamente impedito l’espansione commerciale e produttiva come prova anche la revoca degli affidamenti nell’altro rapporto bancario che hanno impedito alla parte di utilizzare il credito bancario per la propria attività d’impresa.”
(14.03.2016)

La garanzia per i vizi e difetti della cosa venduta

Potrebbe capitare a chiunque di noi di acquistare un bene, come ad esempio un cellulare, un mobile, o una fornitura di materiale e scoprire, dopo l’acquisto, che ciò che abbiamo comprato ha un vizio, un difetto. In questi casi l’acquirente ha qualche tutela? Vi sono degli obblighi in capo al venditore? Se si, quali?
Prima di tutto occorre precisare che il codice civile sancisce chiaramente all’art. 1490 c.c., primo comma, la fattispecie di garanzia legale, applicabile ad ogni tipologia di contratto di vendita, affermando che il “venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore”. Tale obbligo di garanzia è uno degli obblighi principali in capo al venditore, pertanto il verificarsi di tali vizi costituisce un inesatto adempimento da parte del venditore. Come si nota dalla norma qui sopra riportata, i vizi della cosa devono avere un grado specifico, richiedendo ovvero che tali vizi siano occulti, cioè non riconoscibili dall’acquirente mediante l’ordinaria diligenza al momento dell’acquisto, e rilevanti, ossia dotati di una gravità sufficiente a rendere il bene inidoneo all’uso o tali da diminuire in modo apprezzabile il valore (Cass. Civ., Sez. II, del 02.09.13, n. 20110). Qualora il bene oggetto della compravendita presenti dei vizi che rispondano a tali requisiti, il codice civile, all’art. 1492 c.c., prevede due possibili tutele, tra loro alternative, in capo al compratore: la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo. In caso di risoluzione del contratto, ipotesi più complessa rispetto alla riduzione del prezzo, il venditore è tenuto, ai sensi dell’art. 1493 c.c., a restituire al compratore il prezzo versato ed a rimborsare le spese ed i pagamenti legittimamente sostenuti ai fini della vendita; parimenti il compratore è tenuto a restituire la cosa, qualora non sia perita a causa dei vizi.
Indipendentemente dalla scelta di risolvere il contratto o di ridurne il prezzo, il venditore è tenuto altresì
al risarcimento del danno nei confronti del compratore, a meno che lo stesso non provi di aver ignorato senza colpa l’esistenza dei vizi (Cass. Civ., Sez. II, del 23.09.11, n. 19494).
Ora, parallelamente ad una tutela così ampia riconosciuta in capo all’acquirente, il legislatore ha previsto dei termini molto ristretti, prevedendo l’onere del compratore di denunciare la presenza dei vizi al venditore entro otto giorni dalla loro scoperta, salvo un diverso termine previsto dalle parti o dalla legge, come nel caso dei contratti conclusi dal compratore – consumatore di cui si dirà poi, nonché un termine di prescrizione annuale dell’azione di garanzia decorrente dalla consegna della cosa. Diversamente qualora il compratore sia un consumatore, cioè una persona fisica che agisce per scopi estranei alla propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta (Art. 3, comma 1, D. Lgs. n. 206 / 2005 c.d. “Codice del Consumo”), sarà applicabile la normativa contenuta nel Codice del Consumo, il quale prevede anch’esso la garanzia per vizi della cosa compravenduta, seppure in una veste leggermente modificata rispetto a quella prevista dal codice civile, ma individua dei termini più ampli, ovvero l’onere per il consumatore di denunciare la presenza dei vizi entro due mesi (e non otto giorni) dalla loro scoperta e la prescrizione dell’azione di garanzia nel termine di due anni, in luogo del termine di un anno previsto dal codice civile.
In ogni caso le parti potranno comunque inserire nel contratto di compravendita, tenendo ferma la disciplina della garanzia legale prevista dal Codice Civile o, sussistendone i presupposti, dal Codice del Consumo, una clausola nella quale si preveda una garanzia cd. convenzionale, gratuitamente o a pagamento, ma questa tipologia di garanzia non potrà né limitare né escludere la garanzia legale prevista dalla legge dall’art. 1490 c.c. e seguenti e dagli articoli 128 e seguenti C.d.C., ma semmai dilatarne l’operatività.
(16.11.2015)

Ancora sulla responsabilità medica ed il rispetto delle regole comuni di diligenza e prudenza (Cass. Civ., Sez. III, 19.10.2015, n. 21090)

La terza sezione della Corte di Cassazione (sentenza n. 21090 del 19.10.2015), intervenuta a decidere su un caso di responsabilità medica e, in specie, della struttura sanitaria, ha esteso un principio, avente valenza generale e già affermato in sede di responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione per i sinistri dovuti alla conformazione di manufatti stradali, secondo il quale “non basta osservare le norme espressamente previste, dinanzi a regole generali e sussidiarie di obbligo di diligenza immanenti nell’ordinamento e sopratutto in ambito contrattuale; e, pertanto, non basta che una struttura ospedaliera – pubblica o meno – rispetti la dotazione o le istruzioni, anche manifestamente insufficienti rispetto alle emergenze maggiori, previste dalla normativa vigente per andare esente da responsabilità in caso di queste ultime. A maggior ragione, allora, in tema di responsabilità contrattuale deriva dall’obbligo di erogare la propria prestazione, oggetto di obbligazione contrattuale nel contratto c.d. di spedalità, con la massima diligenza e prudenza che un nosocomio, oltre ad osservare le normative di ogni rango in tema di di dotazione e struttura delle organizzazioni di emergenza, tenga poi in concreto, per il tramite dei suoi operatori, condotte adeguate alle condizioni disperate del paziente ed in rapporto alle precarie o limitate disponibilità di mezzi o risorse, benché conformi alle dotazioni o alle istruzioni previste dalla normativa vigente, adottando di volta in volta le determinazioni più idonee a scongiurare l’impossibilità del salvataggio del leso.
Nella fattispecie la Corte ha ritenuto di confermare la responsabilità della struttura sanitaria, nonostante il paziente si trovasse già, al momento del suo ingresso, in condizioni idonee e sufficienti a determinare il decesso dello stesso, non avendo provato di avere erogato tutte le prestazioni idonee nel caso specifico, ovvero che “nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essegli mosso, o che, pur essendo stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno“.
(17.11.2015)

Sul consenso informato nelle prestazioni medico – sanitarie (Cass. Civ., Sez. III, 12.06.2015, n. 12205)

La Corte di Cassazione è ancora intervenuta sull’importanza del consenso informato nelle prestazioni medico – sanitarie anche nelle ipotesi in cui tali prestazioni, necessarie sul piano terapeutico ma non urgenti, si siano rivelate risolutive della patologia del paziente.
La Suprema Corte, infatti, è giunta a stabilire che la lesione del diritto al consenso informato, ovvero, riprendendo le parole della Corte, “del diritto ad essere informati sulla direzione dell’attività medica sulla propria persona ed a consentirla, all’esito dell’informazione, prestando il consenso, che in tal modo risulta espresso sulla base della conoscenza da parte del paziente delle implicazioni, dei rischi e delle conseguenze dell’attività stessa e, quindi, esprime un atto di disposizione della propria persona in senso psico-fisico risalente ad una volontà del paziente consapevole)”, si realizza “per il sol fatto che egli – (rectius il medico) – tenga una condotta che lo porta al compimento sulla persona del paziente di atti medici senza avere acquisito il suo consenso“.
A nulla può rilevare la circostanza che la prestazione eseguita dal medico sul paziente, priva del necessario consenso, sia stata risolutiva della patologia del paziente e finanche l’unica possibile, qualora la sua esecuzione non avesse un carattere d’urgenza o comunque da non consentire l’acquisizione del consenso del paziente.
Tale circostanza, infatti, ha privato il paziente della “possibilità di autodeterminarsi e di beneficiare della diminuzione della sofferenza psichica conseguente all’autodeterminazione” che non risultano, in alcun modo, “compensate dall’esito favorevole dell’interventotale esito favorevole avrebbe potuto comunque essere conseguito all’esito di una situazione psichica del paziente, che, in quanto determinata dalla constatazione che anche altrove le si consigliava lo stesso intervento e che, dunque, esso si presentava veramente ineluttabile, meglio sarebbe stata predisposta ad accettare le conseguenze demolitorie dell’intervento“.

(18.11.2015)

Il consenso informato e la responsabilità del chirurgo estetico

Il consenso informato, ovvero l’assenso dell’interessato a subire un trattamento terapeutico, è il presupposto di legittimità dell’azione del medico. La libera scelta di sottoporsi ad interventi è, infatti, tutelata dalla Costituzione e dalla legge. Il consenso deve essere libero e informato e può essere revocato in qualunque momento. Pertanto esso richiede che il paziente, per poter essere in grado di decidere liberamente ed autonomamente se sottoporsi ad un determinato trattamento chirurgico, venga informato in merito ai benefici, le modalità di intervento, l’eventuale scelta tra tecniche diverse, nonché i rischi prevedibili. Il consenso è stato difatti definito dalla più autorevole giurisprudenza espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico e, pertanto, si configura quale vero e proprio diritto della persona e trova fondamento nei principi espressi nell’art. 2 Cost e negli artt. 13 e 32 Cost (vd. Corte Costituzionale del 23.12.08 n. 438).

Nelle ipotesi di chirurgia estetica, il consenso informato assume una veste maggiormente incisiva, in quanto in questa ipotesi il miglioramento fisico, risultato che il paziente intende raggiungere con l’intervento, acquista un particolare significato nel quadro dei doveri informativi cui è tenuto il sanitario, anche perché soltanto in questo modo il paziente è messo in grado di valutare l’opportunità o meno di sottoporsi all’intervento di chirurgia estetica. Sotto questo profilo, le caratteristiche e le finalità del trattamento medico-estetico, impongono un’informazione completa proprio in ordine all’effettivo miglioramento fisico e, per converso, ai rischi di possibili peggioramenti della condizione estetica (vd. Cass. Civ. sez. III del 06.06.14 n. 12830).
Difatti una carenza informativa in casi di chirurgia estetica influirebbe sul libero convincimento del paziente di sottoporsi al trattamento in modo libero e consapevole, rendendo così illegittimo l’intervento.In effetti, in assenza di un’adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili dell’atto terapeutico da cui siano poi susseguite delle conseguenze dannose per la salute, senza entrare nella valutazione della corretta esecuzione in base alle regole dell’arte medica, il medico potrà essere chiamato a risarcire il danno alla salute ex art. 1223 c.c.. In questo caso il risarcimento del danno dipenderà dalla dimostrazione da parte del paziente, anche mediante presunzioni, che se fosse stato informato adeguatamente, non si sarebbe sottoposto a tale intervento chirurgico (Cass. Civ. sez. III del 09.02.10 n. 2847).

(30.06.2014)