E’ reato tagliare la luce all’ex moglie

Vi siete separati e la casa coniugale è stata assegnata a tua moglie?

Se lei non fa la voltura non puoi staccare la corrente per non pagare le bollette. Secondo la Cassazione ciò integra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (Cass. pen. sent. 13407 del 27.03.2019).

Un marito, non più tenuto a pagare le utenze a seguito dell’assegnazione della casa coniugale alla moglie decisa in sede di separazione, staccava la corrente e il gas nell’abitazione ove erano presenti anche i suoi figli, poiché l’ex moglie non aveva provveduto ad effettuare la voltura.

L’uomo si era difeso sostenendo di aver agito in questo modo nella convinzione di tutelare un suo diritto, ossia quello di non dover più pagare le utenze e per rimediare all’inerzia della moglie che, nonostante i diversi solleciti, non aveva mai provveduto ad effettuare la voltura.

Secondo la Suprema Corte però l’uomo avrebbe dovuto ricorrere all’intervento del giudice, senza farsi giustizia da solo; i giudici infatti chiariscono che la violenza sulle cose è legittima solo quando c’è la necessità impellente di rientrare in possesso del bene o di ripristinare il diritto di esercizio di godimento, circostanza questa non verificatasi nel caso concreto.

(04.04.19)

Il tradimento coniugale non determina sempre un risarcimento del danno

La violazione del dovere di fedeltà coniugale non è automaticamente risarcibile, ma solo se l’afflizione supera la soglia della tollerabilità e si traduca nella violazione di uno dei diritti costituzionalmente protetti come quello alla salute, alla dignità personale e all’onore.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sezione III Civile, con sentenza n. 6598 del 07.03.19.

Nel caso di specie il marito conveniva in giudizio la moglie dalla quale si era separato, oltre alla società presso la quale entrambi lavoravano e la capogruppo di quest’ultima, per ottenere la condanna in solido tra loro al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della violazione del dovere di fedeltà coniugale da parte della moglie, a causa della relazione da quest’ultima intrattenuta con un collega.

Il marito affermava che dalla scoperta della relazione extraconiugale gli era derivato un disturbo depressivo cronico e individuava una responsabilità della società datrice di lavoro per non aver vigilato sui propri dipendenti per evitare conseguenze pregiudizievoli per i terzi.

La domanda veniva rigettata sia in primo che in secondo grado così il marito proponeva ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte rigettando il ricorso osserva come la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio rilevi innanzitutto all’interno del rapporto stesso.

Secondo la Corte ai doveri che derivano dal matrimonio non corrispondono necessariamente altrettanti diritti, costituzionalmente protetti, la cui violazione è fonte di responsabilità per il contravventore.

Ciò vuol dire che la mera violazione dei doveri matrimoniali non integra automaticamente una responsabilità risarcitoria.

Ne consegue allora che la violazione del dovere di fedeltà, sebbene determini un dispiacere nell’altro coniuge e possa provocare la disgregazione del nucleo familiare non è automaticamente risarcibile, ma solo se l’afflizione superi la soglia di tollerabilità e si traduca nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, come il diritto alla salute, o alla dignità personale o all’onore, situazione non verificatasi nel caso in esame perché l’uomo era venuto a conoscenza del tradimento a distanza di alcuni mesi dalla separazione.

(22.03.19)

Separazione consensuale o giudiziale? Un po’ di chiarezza

Separazione consensuale

                La separazione consensuale è l’istituto giuridico attraverso il quale i coniugi, di comune accordo tra di loro, decidono di separarsi. In questo caso non è necessaria l’assistenza di un legale per ciascuno, ben potendo lo stesso legale assistere entrambi i coniugi.

La separazione consensuale non è possibile in assenza di un accordo fra i coniugi che investa ciascuna questione quale l’assegnazione della casa coniugale, il mantenimento della prole e del coniuge economicamente più debole, gli accordi patrimoniali.

I vantaggi della separazione consensuale

Indubbiamente la separazione consensuale è più vantaggiosa rispetto a quella giudiziale essendo più celere e meno costosa per le parti.

Inoltre nella separazione consensuale l’accordo viene raggiunto dai coniugi già prima dell’udienza in Tribunale, anche grazie all’assistenza e all’intermediazione dei rispettivi legali.

Il giorno dell’udienza i coniugi manifesteranno espressamente il loro consenso alla separazione davanti al Giudice e nel giro di pochi mesi si arriverà all’omologa di separazione, a differenza di quanto invece avviene con la separazione giudiziale per la quale occorrono alcuni anni.

Modifica dell’accordo omologato

Il contenuto dell’accordo di separazione può essere modificato dopo l’omologazione a condizione che emergano nuove circostanze di fatto che ne giustifichino il cambiamento (ad esempio un’intervenuta modifica delle condizioni economiche di uno dei due coniugi)

Separazione giudiziale

Si ricorre alla separazione giudiziale quando i coniugi non riescono a trovare un’intesa sulle condizioni di separazione.

La separazione giudiziale può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi.

Si tratta di un procedimento più lungo e costoso rispetto a quello alternativo della separazione consensuale.

Come avviene per la separazione consensuale anche per quella giudiziale si prevede la comparizione personale dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale, il quale può adottare provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge più debole e della prole.

Successivamente il procedimento prosegue con le forme di un procedimento ordinario e culmina con una sentenza da parte del Tribunale.

Se i coniugi dovessero optare per la separazione giudiziale, rimane ferma la possibilità di trasformarla in consensuale, non può invece accadere il contrario.

Quanto alla modifica delle condizioni di separazione vale quanto detto per la separazione consensuale. Le condizioni potranno essere modificate o revocate qualora intervengano nuovi fatti che mutino la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.

(08.03.19)

La Cassazione ritorna sul tenore di vita con riferimento all’assegno di divorzio

Ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio da corrispondere in favore dell’ex moglie la Corte di Cassazione ha ritenuto applicabile il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

È quanto stabilito dalla Suprema Corte con ordinanza n. 4523 del 14.02.2019.

Nel caso di specie un marito proponeva ricorso in Cassazione avverso la decisione della Corte d’appello che confermava la sentenza di primo grado con la quale il tribunale aveva liquidato l’assegno di divorzio in favore della moglie, confermando come quest’ultima, ormai prossima ai sessantanni d’età, priva di attività lavorativa e di altre fonti di reddito non potesse non aver diritto a percepire l’assegno.

La Suprema Corte, tuttavia, respingeva il ricorso presentato dal marito confermando quanto stabilito nei due precedenti gradi di giudizio e ribadiva il principio per cui ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio in favore dell’ex moglie sia applicabile il criterio del tenore di vita.

Secondo la Cassazione sebbene il criterio del tenore di vita appaia ormai superato in favore del nuovo criterio dell’autosufficienza del coniuge, la decisione a cui nel caso di specie è pervenuta la Corte d’Appello appare comunque conforme e il linea con il pensiero espresso pochi mesi fa dalle Sezioni Unite.

Secondo la Suprema Corte infatti la Corte d’Appello avrebbe assunto la sua decisione guardando con prudenza al criterio del tenore di vita e avrebbe posto l’attenzione anche su quei fattori che nel caso concreto rendono la moglie il coniuge economicamente più debole. Il non aver svolto attività lavorativa durante il matrimonio, l’età anagrafica ormai prossima ai 60 anni rendono infatti pressoché remote per la donna le possibilità di trovare una nuova occupazione.

La Cassazione pertanto, confermando quanto stabilito nei precedenti gradi di giudizio, rigetta il ricorso.

(27.02.19)

Scatta l’addebito della separazione per omesso versamento del mantenimento e abbandono del tetto coniugale

Ai fini della pronuncia di addebito della separazione non è sufficiente accertare la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi, ma occorre anche verificare se in concreto questa violazione abbia assunto un’efficacia causale nel determinare la crisi coniugale.

Secondo la Suprema Corte questo presupposto è configurabile in presenza di una congiunta valutazione dell’abbandono della casa coniugale da parte del marito e della contestuale interruzione del mantenimento familiare.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 3877 dell’8 febbraio 2019.

Nel caso di specie un marito proponeva ricorso in Cassazione avverso la decisione della Corte d’appello che pronunciava la separazione con addebito al marito a fronte del suo abbandono del domicilio coniugale connesso all’interruzione del versamento dell’assegno di mantenimento per la figlia.

Occorre a tal proposito ricordare che il coniuge che abbandona il tetto coniugale viola i doveri del matrimonio.

La ragione di ciò non consiste tanto nell’allontanamento fisico, quanto invece nell’omissione, da parte del coniuge che se ne va, di tutti quegli obblighi morali e ed economici verso l’altro coniuge, che inevitabilmente l’allontanamento comporta.

Non si potrà parlare invece di abbandono del tetto coniugale se la decisione del coniuge di lasciare l’abitazione di famiglia è stata maturata a seguito di un rapporto ormai logoro.

Secondo la Suprema Corte, la compresenza delle due condizioni dell’allontanamento dalla casa coniugale e della mancata corresponsione del mantenimento è idonea a dimostrare che il comportamento tenuto dal marito è stato determinante ai fini dell’impossibilità della prosecuzione del rapporto e quindi è sufficiente a configurare l’addebito della separazione.

 (25.02.19)

 

Se il suocero viene a mancare è giustificato l’aumento dell’assegno di mantenimento a carico del marito

Il decesso del suocero che contribuiva al mantenimento economico della figlia e della nipote costituisce una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 3206 del 4 febbraio 2019 che ha respinto il ricorso presentato dal marito nei confronti della moglie.

Nel caso di specie la moglie, a seguito del decesso del proprio padre che contribuiva al suo mantenimento economico nonché a quello di sua figlia, aveva convenuto in giudizio il marito davanti al Tribunale chiedendo una modifica delle condizioni di separazione.

Il Tribunale, in accoglimento del ricorso presentato dalla donna aveva stabilito in capo al marito un aumento dell’assegno di mantenimento sia per la figlia che per la moglie.

L’uomo ricorreva in appello chiedendo invece la conferma delle statuizioni adottate in sede di separazione consensuale dei coniugi.

La Corte d’Appello però rigettava il ricorso presentato dall’uomo evidenziando come la morte del padre della moglie, nonché nonno della figlia dell’uomo, aveva determinato un rilevante mutamento delle condizioni economiche della donna, determinando così il venir meno del consistente aiuto economico in favore della figlia e della nipote.

Contro tale decisione il marito presentava ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte, tuttavia, confermando quanto già stabilito dai giudici di secondo grado osserva che l’aggravarsi delle condizioni di salute del padre della donna e il suo conseguente decesso costituiscono una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione; la Corte rigetta dunque il ricorso.

(11.02.19)

L’assegno divorzile deve tener conto del contributo fornito per la realizzazione della vita familiare

            L’assegno divorzile all’ex coniuge, oltre ad avere natura assistenziale, ha anche natura perequativa e compensativa. Esso porta al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente, non il conseguimento dell’autosufficienza economica in astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito per la realizzazione della vita familiare, considerando anche le aspettative professionali sacrificate.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sezione I civile, con la sentenza n. 2480 del 29.01.19 che ha accolto il ricorso presentato dalla moglie contro l’ex coniuge.

Nel caso di specie la Corte d’Appello aveva ridotto l’assegno in favore dell’ex moglie evidenziando le capacità imprenditoriali di quest’ultima nonché il possesso di un reddito superiore rispetto a quanto dichiarato, oltre ad aver ritenuto l’importo minore dell’assegno comunque sufficiente a garantire il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

La Suprema Corte, accogliendo il ricorso della donna, osserva come fosse il precedente orientamento giurisprudenziale ad attribuire all’assegno divorzile esclusivamente una funzione assistenziale, il cui presupposto andava individuato nell’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio.

Detto orientamento però, ricorda la Corte, è stato modificato nel 2017, quando si è stabilito che il parametro dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge debba essere rivisto alla luce del principio di auto responsabilità economica di ciascun coniuge.

Di recente sul tema sono intervenute anche le Sezioni Unite stabilendo che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi (o comunque all’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli) debba essere connesso alle caratteristiche e alla ripartizione dei ruoli avuti durante lo svolgimento della vita matrimoniale.

Sempre le Sezioni Unite, in un’ottica di riconsiderazione dell’intera materia, hanno stabilito alcuni principi di diritto tra cui quello per cui all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche una natura perequativa – compensativa e quello in base al quale la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi non è finalizzata alla ricostruzione del tenore di vita enodoconiugale, bensì al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi.

Sulla base dei principi poc’anzi espressi la Cassazione cassa con rinvio la sentenza.

(07.02.19)

Al coniuge separato che ha instaurato una convivenza non spetta l’assegno di mantenimento, salvo che dimostri che la nuova relazione non influisce sulle sue condizioni economiche

Se il coniuge separato ha già instaurato una convivenza con un’altra persona non gli spetta alcun assegno di mantenimento salvo che dimostri che la nuova relazione non influisce sulle sue condizioni economiche che restano equivalenti a quelle godute durante il matrimonio.
È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, che con la sentenza n. 16982 del 27.06.18 ha accolto il ricorso presentato dal marito che chiedeva l’annullamento dell’assegno di mantenimento disposto in favore della moglie, già convivente con un altro uomo.
Secondo la Suprema Corte infatti, l’instaurazione di una nuova famiglia, benché di fatto, fa venir meno i presupposti per il riconoscimento della corresponsione dell’assegno di mantenimento a carico dell’altro coniuge. La formazione di una famiglia di fatto infatti, tutelata ex art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo, è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole.
Il diritto all’assegno di mantenimento potrà quindi essere negato o eliminato se il coniuge tenuto a corrispondere l’assegno dimostri che l’altro coniuge abbia instaurato una convivenza more uxorio stabile con un’altra persona e si presume che le disponibilità economiche dei due conviventi siano messe in comune nell’interesse del nucleo familiare che si è instaurato.
In ogni caso, precisa la Corte, il coniuge che richiede l’assegno ha comunque la possibilità di dimostrare che la convivenza non influisce positivamente sulle sue condizioni economiche, lasciando i suoi redditi inadeguati, così da fargli conservare lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio.

(19.07.18)

A chi tocca l’affidamento degli animali quando una coppia decide di separarsi?

Sia la legge nazionale italiana sia i tribunali si stanno sempre più adeguando ai principi espressi dal Trattato di Amsterdam che ha sancito le linee guida per la formulazione e l’attuazione delle politiche comunitarie affinché queste tengano conto anche del benessere degli animali, in quanto “esseri senzienti”.
Prima di ciò si consideravano gli animali come “oggetti”, facendo dunque applicazione della disciplina di cui agli artt. 923 e seguenti c.c.. Non poteva, quindi, essere disposto un regime di affidamento simile a quello utilizzato per i figli; i Tribunali si rifiutavano di omologare le separazioni che prevedevano clausole di quel tipo.

Più recentemente, invece, il Tribunale di Milano con decreto del 13 marzo 2013, ha ritenuto di dover accogliere, fra le clausole di una separazione consensuale, il patto secondo cui gli animali domestici (nella fattispecie i gatti) andavano affidati al coniuge presso cui era collocato il minore. Il Tribunale ha motivato il provvedimento sostenendo che l’animale domestico, secondo una interpretazione evolutiva ed orientata delle norme vigenti – sia nazionali che europee – non possa essere più collocato nell’area semantica concettuale delle “cose”, ma debba essere appunto riconosciuto come “essere senziente”. Secondo questa impostazione è legittima facoltà dei coniugi regolare il mantenimento e il collocamento del medesimo animale presso un coniuge piuttosto che un altro. Nella fattispecie decisa dal Tribunale di Milano, i gatti venivano quindi affidati alla madre, presso la quale era collocato il minore; la madre si impegnava a sostenere le spese ordinarie per i gatti, mentre le spese straordinarie restavano a carico dei coniugi al 50% ciascuno.
Ancor più recentemente con ordinanza del 03.02.2016 il Tribunale di Como ha riconosciuto la facoltà degli ex coniugi di inserire nella separazione consensuale una clausola volta a disciplinare il mantenimento e i tempi di frequentazione del loro cane. Il Tribunale ha motivato il provvedimento stabilendo che tale accordo non va contro alcuna norma cogente e va dunque omologato, benché il Giudice abbia consigliato alle coppie di regolare con accordi stragiudiziali le sorti del loro animale domestico.

Ma cosa succede se non c’è un accordo fra i coniugi sull’affidamento e la gestione degli animali domestici?
In questo caso, sempre il Tribunale di Milano, in una sentenza successiva al richiamato decreto del 2013, ha puntualizzato che: un conto è recepire gli accordi dei coniugi all’interno di una separazione consensuale (e ciò non è contrario al nostro ordinamento giuridico), un altro è decidere circa la sorte dell’animale domestico. Tale ultimo compito non compete al giudice della separazione (o del divorzio), dato che questi può solo statuire – quanto ai provvedimenti accessori – secondo quanto disposto dagli artt. 155 e 156 c.c., i quali articoli non contemplano certo i provvedimenti relativi agli animali da compagnia.
Il Tribunale di Roma con la recente sentenza n. 13284/16 ha statuito che nel giudizio di separazione personale non può essere esaminata la domanda di affidamento del cane perché non risulta in connessione forte con l’oggetto della causa che riguarda essenzialmente il futuro dei coniugi e soprattutto dei figli minori Nel caso di specie, la signora chiedeva che il cane fosse affidato a lei e alle figlie; ma il giudice ha ritenuto il giudizio di separazione la sede non idonea per istanze del genere, pur riconoscendo le precedenti citate sentenze che, in sede di separazione consensuale, hanno disposto anche sugli animali da compagnia.

(24.02.17)

Ha diritto all’assegno di mantenimento la casalinga che non abbia acquisito nel tempo una specifica professionalità o ricevuto concrete offerte di lavoro

casalingaLa casalinga quarantenne che non ha acquisito nel tempo una specifica professionalità o ricevuto concrete offerte di lavoro, ha diritto alla conservazione dell’assegno di mantenimento, anche quando l’ex coniuge obbligato abbia avuto altro figlio dalla nuova compagna. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 789 del 13 gennaio 2017, in accoglimento del ricorso di una donna che chiedeva le venisse mantenuto ed aumentato il contributo di mantenimento in ragione dell’aumentata capacità reddituale dell’ex marito obbligato, nonostante quest’ultimo fosse diventato nuovamente padre a seguito di una successiva relazione.

La prima sezione civile della Suprema Corte ha motivato la propria decisione precisando che, in tema di separazione personale dei coniugi, l’attitudine al lavoro proficuo dei medesimi (quale potenziale capacità di guadagno) costituisce un elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento da parte del Giudice, che deve al riguardo tenere conto non solo dei redditi in denaro, ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica; l’attitudine del coniuge al lavoro assume, però, in tal caso rilievo solo quando vi sia un’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche.

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha censurato la conclusione cui era pervenuta la Corte di merito per la quale la donna non aveva più diritto all’assegno di mantenimento, dal momento che – pur essendo ancora giovane – non si era procurata una sistemazione lavorativa, neppure part-time. I Giudici di merito avevano fondato la propria decisione su due circostanze di fatto: l’invio da parte dell’ex moglie del proprio curriculum a strutture alberghiere (per le quali non aveva specifica competenza) ed un’imprecisata collaborazione prestata dalla medesima presso l’esercizio commerciale del fratello (sottraendo impegno e risorse alla ricerca di un’occupazione). La Cassazione ha ritenuto, però, tali circostanze non in sé rappresentative dell’effettiva e concreta possibilità della donna di ottenere una collocazione sul mercato del lavoro. Ai fini della decisione si sarebbero, invece, dovuti considerare quei fatti idonei a determinare situazioni nuove rispetto a quelle già conosciute dalle parti alla conclusione dell’accordo iniziale di separazione: utile, per esempio, sarebbe risultata la dimostrazione che il coniuge beneficiato dall’assegno avesse acquisito professionalità diverse ed ulteriori rispetto a quelle possedute in precedenza, ovvero che lo stesso avesse ricevuto, nel periodo successivo al perfezionamento della convenzione di separazione, effettive offerte di lavoro, o che ancora avesse comunque potuto concretamente procurarsi una specifica occupazione.

Non solo, la Suprema Corte nella richiamata sentenza n. 789 del 13 gennaio 2017, ha chiarito che in materia di separazione personale dei coniugi, la formazione di una nuova famiglia e la nascita di figli dal nuovo partner, pur non determinando automaticamente una riduzione degli oneri di mantenimento dei figli nati dalla precedente unione, deve essere valutata dal Giudice come circostanza sopravvenuta che può portare alla modifica delle condizioni originariamente stabilite (in quanto comporta il sorgere di nuovi obblighi di carattere economico). Il criterio deve valere evidentemente nell’ipotesi in cui si faccia questione dell’assegno di mantenimento al coniuge separato. E’ da escludere però che il diritto al mantenimento del coniuge separato venga automaticamente meno di fronte al pari diritto del nuovo figlio, perché non vi è alcuna disposizione normativa che possa fondare una tale conclusione. Anche in tale ipotesi dovrà, quindi, valutarsi l’incidenza della circostanza sopravvenuta per verificare se sia in concreto giustificata la revoca o la modifica delle condizioni economiche già fissate.

(13.02.17)