Se il suocero viene a mancare è giustificato l’aumento dell’assegno di mantenimento a carico del marito

Il decesso del suocero che contribuiva al mantenimento economico della figlia e della nipote costituisce una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 3206 del 4 febbraio 2019 che ha respinto il ricorso presentato dal marito nei confronti della moglie.

Nel caso di specie la moglie, a seguito del decesso del proprio padre che contribuiva al suo mantenimento economico nonché a quello di sua figlia, aveva convenuto in giudizio il marito davanti al Tribunale chiedendo una modifica delle condizioni di separazione.

Il Tribunale, in accoglimento del ricorso presentato dalla donna aveva stabilito in capo al marito un aumento dell’assegno di mantenimento sia per la figlia che per la moglie.

L’uomo ricorreva in appello chiedendo invece la conferma delle statuizioni adottate in sede di separazione consensuale dei coniugi.

La Corte d’Appello però rigettava il ricorso presentato dall’uomo evidenziando come la morte del padre della moglie, nonché nonno della figlia dell’uomo, aveva determinato un rilevante mutamento delle condizioni economiche della donna, determinando così il venir meno del consistente aiuto economico in favore della figlia e della nipote.

Contro tale decisione il marito presentava ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte, tuttavia, confermando quanto già stabilito dai giudici di secondo grado osserva che l’aggravarsi delle condizioni di salute del padre della donna e il suo conseguente decesso costituiscono una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione; la Corte rigetta dunque il ricorso.

(11.02.19)

Per la lite fra utente e compagnia telefonica è possibile la conciliazione in Camera di commercio oltre che al Corecom

Il tentativo di conciliazione con la compagnia telefonica chiamata in causa per inadempimento contrattuale non deve per forza svolgersi innanzi agli organismi di Conciliazione c.d. Corecom (comitati Regionali per le Comunicazioni), ma può in alternativa svolgersi anche innanzi alle Camere di commercio o davanti ad altri organismi muniti dei requisiti di imparzialità, trasparenza, efficacia ed equità, così come stabilito dalle raccomandazioni della Commissione Europea.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, terza sezione civile, con l’ordinanza n. 26913 del 24 ottobre 2018.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso di un uomo che chiedeva alla compagnia telefonica il risarcimento dei danni a fronte di un inadempimento contrattuale.

Il giudice di secondo grado aveva bocciato l’istanza perché il tentativo di conciliazione non era stato esperito davanti al Corecom competente, bensì dinnanzi alla Camera di commercio.

Di diverso avviso invece la Suprema Corte che cassa con rinvio la sentenza sostenendo che l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione non implica che questo debba necessariamente svolgersi davanti agli organismi del Corecom, ma è sufficiente che le parti si rivolgano, in alterativa, alle Camere di conciliazione che sono istituite presso le Camere di commercio o presso altri organismi muniti dei requisiti di trasparenza, efficacia ed equità secondo quanto richiesto dalla Commissione Europea.

Ne consegue dunque la non proponibilità del tentativo di conciliazione dinanzi al Corecom se per la stessa controversia è già stato esperito un tentativo di conciliazione innanzi ad altri organismi comunque abilitati.

(26.10.2018)

Le assenze per infortunio e malattia professionale sono computabili nel periodo di comporto

Le assenze del lavoratore che dipendono da infortunio o da malattia professionale sono computabili nel periodo di comporto.

Per escludere questi giorni dal calcolo per la conservazione del posto di lavoro occorre che vi sia una responsabilità dell’imprenditore o un’espressa previsione nel contratto collettivo.

È quanto ricordato dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 26498 del 19 ottobre 2018.

La Suprema Corte ha infatti respinto il ricorso presentato dalla lavoratrice che si era infortunata cadendo da una scala sul posto di lavoro ed era stata licenziata a seguito del superamento del periodo di comporto.

La Corte d’appello aveva escluso che l’infortunio fosse dovuto a inadempienze del datore di lavoro a seguito degli obblighi imposti dall’art. 2087 cod. civ., pertanto le assenze rientravano nella disciplina prevista dall’art. 2110 cod. civ. che rinvia alle norme collettive, per le quali il contratto prevedeva un periodo massimo di centottanta giorni, superato dalla lavoratrice.

A ciò si aggiunga che la scala sulla quale la dipendente era caduta era conforme alle prescrizioni di legge, pertanto secondo i giudici di secondo grado il recesso era da considerarsi legittimo.

La sentenza veniva impugnata dalla lavoratrice la quale sosteneva che le assenze per malattia e infortunio non dovessero essere accomunate a quelle per la malattia ordinaria, pertanto non sarebbero dovute rientrare nel periodo di comporto.

Secondo la Corte di Cassazione, invece, le assenze del lavatore a seguito di infortunio o malattia sono computabili nel periodo di conservazione del posto e affinché l’assenza per malattia possa essere detratta non è sufficiente che la stessa abbia un’origine professionale, ma si rende necessario che sussista una responsabilità in capo all’imprenditore, circostanza questa non verificatasi nel caso di specie.

(23.10.18)

È valida la multa anche se il segnale di avviso è posto a 400 m dall’autovelox

È valida la multa per eccesso di velocità anche se il segnale che avvisa della presenza di autovelox è posto a 400 m dall’apparecchio.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l’ordinanza n. 25993 del 17 ottobre 2018.

La Suprema Corte accoglie il ricorso presentato dal Comune contro la decisione del tribunale che aveva annullato il verbale di contestazione irrogato all’automobilista per superamento dei limiti di velocità.

Secondo il giudice di secondo grado l’appello andava rigettato perché il Comune non aveva rispettato le norme in materia di segnalazione della postazione di misurazione.

Di diverso avviso invece è la Suprema Corte che accoglie il ricorso presentato dal Comune sostenendo che la validità delle multe irrogate per eccesso di velocità tramite autovelox è subordinata alla circostanza che venga preventivamente segnalata la presenza di una postazione fissa.

È importante che i cartelli di preavviso siano segnalati con adeguato anticipo rispetto al luogo di rilevamento della velocità così da garantirne il tempestivo avvistamento.

Quanto alla distanza tra i segnali o dispositivi essa va valutata in relazione allo stato dei luoghi, tuttavia se da un lato è necessario che fra il segnale e il luogo effettivo del rilevamento non ci sia una distanza superiore ai quattro chilometri, nulla la legge dispone in relazione alla distanza minima, né rileva la mancata ripetizione del segnale di divieto dopo ogni intersezione per gli automobilisti che proseguono lungo la stessa strada.

La Corte pertanto cassa la sentenza e rinvia per un nuovo giudizio.

(19.10.18)

Per giustificare la revoca della donazione per ingratitudine non basta la relazione extraconiugale

Non basta la relazione extraconiugale per giustificare la revoca della donazione per ingratitudine.

Solamente una manifestazione di avversione profonda da parte del beneficiario verso il partner costituisce un’ingiuria grave tale da legittimare la restituzione del bene.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con l’ordinanza n. 24965 del 10 ottobre 2018.

Nel caso di specie il ricorrente ha chiesto la revoca della donazione indiretta per ingratitudine di un appartamento donato alla moglie.

L’uomo aveva acquistato l’immobile poco prima del matrimonio pagandone interamente il prezzo e lo aveva poi intestato alla moglie, la quale aveva però aveva intrattenuto una relazione extraconiugale, adottando comportamenti ingiuriosi nei confronti dell’uomo.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dal marito ricordando che affinché l’ingiuria possa essere considerata quale presupposto necessario per la revocabilità della donazione per ingratitudine essa dev’essere grave; deve quindi caratterizzarsi nel comportamento esteriore del donatario che deve dimostrare un sentimento durevole di disistima delle qualità morali del donante e dev’essere espressione di una profonda avversione verso quest’ultimo. Secondo la Corte, quindi, affinché la relazione extraconiugale possa costituire un’ingiuria grave nei confronti del donante, è necessario che sia accompagnata da un atteggiamento di disistima e avversione che, nel caso di specie, non sussiste.

(12.10.18)

Sì al licenziamento a voce per la colf

La colf può essere licenziata a voce e il licenziamento non è nullo, né discriminatorio.

È la stessa legge infatti a prevedere l’esenzione dalla forma scritta del recesso per il lavoro domestico.

È quanto deciso dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, con l’ordinanza n. 23766 del 1 ottobre 2018.

La Suprema Corte ha così bocciato il ricorso di una collaboratrice domestica che impugnava il licenziamento orale intimato dalla donna presso cui aveva prestato servizio per diversi anni, perché a suo avviso non avrebbe potuto licenziarla a voce.

La Cassazione tuttavia conferma la legittimità del licenziamento, sostenendo che la violazione denunciata dalla ricorrente riguarda ipotesi non ricorrenti nel caso di specie posto che per il lavoro domestico è espressamente prevista l’esenzione dalla forma scritta del licenziamento.

(05.10.18)

Il calo di lavoro che determina la soppressione del posto consente di licenziare anche chi ha una malattia grave

Il calo di lavoro che determina la soppressione del posto giustifica il licenziamento per giustificato motivo oggettivo del dipendente gravemente malato.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro con la sentenza n. 23338 del 27.09.18.

Bocciato quindi il ricorso presentato da una dipendente, affetta da una grave patologia e per questo assente dal lavoro, che impugna il recesso per giustificato motivo oggettivo.

Secondo il datore il calo di lavoro e di introiti giustifica la soppressione del posto di lavoro.

Nel caso di specie i giudici di secondo grado bocciano la richiesta della ricorrente sostenendo che la natura discriminatoria del licenziamento era da escludersi perché l’organico dell’azienda era composto da due sole unità e l’altra collega non avrebbe potuto essere licenziata perché madre di un bambino in affidamento. La Corte d’appello inoltre ha ritenuto provate le perdite economiche dell’azienda tali da rendere necessario un intervento organizzativo, risoltosi in una riduzione dell’organico aziendale da due unità amministrative ad una sola. Ed ancora, l’azienda aveva atteso la fine della malattia della dipendente per intimarle il licenziamento, senza peraltro assumere nessun nuovo dipendente dopo. Insomma, il giustificato motivo oggettivo era pienamente provato.

La Cassazione, allineandosi alla tesi della Corte d’appello, sostiene che occorra provare il nesso causale fra il recesso e la discriminazione. Di ciò non vi è prova nel caso in esame, pertanto la Corte rigetta il ricorso.

(28.09.18)

Quando non è accertata la causa della casa allagata spetta al conduttore pagare i danni

Il conduttore dell’immobile deve pagare i danni al locatore per la casa allagata quando non è accertata la causa del danno.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, terza sezione civile, con l’ordinanza n. 22823 del 26.09.2018.

Secondo quanto previsto dall‘art. 1588 c.c. durante la locazione il conduttore risponde della perdita e del deterioramento della cosa locata qualora non provi che i danni siano avvenuti per una causa a lui non imputabile.

Non è dunque sufficiente che “con tutta probabilità” i locali siano stati invasi dall’acqua a causa di un vizio di un sanitario. In un contratto di locazione, infatti, per molti aspetti grava sul conduttore un obbligo di custodia e manutenzione della cosa ex art.  2051 c.c..

Nel caso di specie il proprietario dell’immobile presentava ricorso in Tribunale perché durante il mese di agosto, mentre l’inquilino era in vacanza, si ritrovava la villa sommersa d’acqua a seguito dell’allagamento del bagno, con conseguenti danni ingenti alle strutture e al mobilio.

Vista l’assenza dell’inquino il proprietario si recava prontamente nell’immobile per riparare il danno.

In ultimo grado la Cassazione accoglie il ricorso del proprietario e ribalta la decisione della decisione della Corte d’Appello sostenendo come quest’ultima sbagli nel ritenere che la causa sconosciuta del danneggiamento non sarebbe a carico del conduttore. Secondo la Suprema Corte, infatti, l’art. 1588 c.c. pone in capo al locatario una presunzione di colpa, superabile solo dimostrando che la causa del deterioramento non è a lui imputabile. Circostanza questa non pienamente provata nel caso di specie e quindi non sufficiente ad escludere che il conduttore sia estraneo al sinistro.

(27.09.18)

Chi acquista un cane ha due mesi di tempo per contestare al venditore che il cane è malato ed essere rimborsato

L’acquirente consumatore ha due mesi di tempo per denunciare al venditore la patologia di cui risulta affetto l’animale acquistato ed essere così rimborsato.

In questi casi la denuncia del difetto è regolamentata dal codice del consumo dato che chi acquista dev’essere considerato a tutti gli effetti un consumatore e l’animale un bene di consumo.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con la sentenza n. 22728 del 25 settembre 2018.

È stato accolto il ricorso di un uomo che aveva acquistato un cane di razza, risultato poi, a seguito di una Tac, affetto da una grave cardiopatia congenita.

Secondo il giudice di primo grado il proprietario aveva acquisito la certezza della patologia solamente il giorno in cui era stata eseguita la Tac e la denuncia risultava tardiva perché presentata oltre il termine di otto giorni previsti dall’art. 1495 c.c, non potendo applicarsi al caso concreto il codice del consumo.

Di diverso avviso la Cassazione.

Secondo la Suprema Corte, infatti, l’animale da compagnia, nel caso di specie il cane, dev’essere ricompreso nella nozione più ampia di “bene di consumo”, con la conseguenza che chi lo acquista è da considerarsi un consumatore, se l’acquisto non è collegato ad attività imprenditoriale o professionale.

Dovrà allora applicarsi la disciplina prevista dal codice del consumo, il quale all’art. 132 co. 2 prevede che se l’acquirente è un consumatore, la denuncia del difetto della cosa venduta sia soggetta al termine di decadenza di due mesi dalla data di scoperta del difetto.

(26.09.18)

Dev’essere reintegrato e risarcito il dipendente se il datore di lavoro non dimostra che l’ammanco nella cassa è doloso

Va reintegrato e risarcito il dipendente se il datore di lavoro non dimostra che l’ammanco nella cassa è doloso.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 22380 del 13.09.18.

È stato bocciato il ricorso presentato da un’azienda che licenziava la cassiera perché a fine giornata c’era un ammanco nel fondo cassa a lei affidato.

La Corte d’appello, accertata l’illegittimità del recesso, condannava l’azienda a reintegrare la dipendente oltre a risarcirle sette mensilità.

Secondo il giudice di secondo grado, infatti, era onere dell’azienda provare che la condotta della dipendente non costituiva una mera negligenza, ma era invece imputabile a una volontaria intenzione di sottrarre il denaro presente nella cassa.

Poiché però tale prova non era stata fornita, ciò non era sufficiente a ledere il vincolo fiduciario posto alla base del rapporto di lavoro.

La Suprema Corte, confermando la decisione dei giudici di secondo grado, dispone quindi la reintegra della lavoratrice il cui comportamento era stato dettato da una mera dimenticanza nel riporre il denaro nella cassetta.

Secondo la Suprema Corte infatti, come correttamente ritenuto dalla Corte d’appello, la mera mancanza di riporre il denaro nella cassetta del fondo cassa, pur costituendo una mancanza disciplinarmente rilevante, non integra neppure la fattispecie del notevole inadempimento che avrebbe potuto giustificare un licenziamento seppure con preavviso.

(25.09.18)