Infiltrazioni d’acqua provenienti dall’appartamento sovrastante? Il Condominio non paga.

Hai infiltrazioni nel tuo appartamento che provengono dall’appartamento del condomino del piano di sopra? Secondo la Cassazione il Condominio non è responsabile.

Con la sentenza n. 27248/18 la Suprema Corte, Sezione II Civile, ha infatti  affermato che la presunzione di condominio dell’impianto idrico di un immobile in condominio non possa essere estesa a quella parte dell’impianto situata all’interno degli appartamenti dei singoli condomini, cioè nella loro sfera di proprietà esclusiva.

Da ciò discende che se le infiltrazioni d’acqua nel tuo appartamento derivano da una diramazione dell’impianto presente nell’appartamento di un altro condomino, il Condominio non potrà essere chiamato a rispondere del risarcimento dei danni in tuo favore. Ciò sulla base del criterio dell’ubicazione degli impianti, in base al quale ciò che rileva per determinare chi sia tenuto al risarcimento è il luogo in cui sono situati gli impianti danneggiati che hanno dato causa al danno.

(17.05.19)

E’ reato tagliare la luce all’ex moglie

Vi siete separati e la casa coniugale è stata assegnata a tua moglie?

Se lei non fa la voltura non puoi staccare la corrente per non pagare le bollette. Secondo la Cassazione ciò integra il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (Cass. pen. sent. 13407 del 27.03.2019).

Un marito, non più tenuto a pagare le utenze a seguito dell’assegnazione della casa coniugale alla moglie decisa in sede di separazione, staccava la corrente e il gas nell’abitazione ove erano presenti anche i suoi figli, poiché l’ex moglie non aveva provveduto ad effettuare la voltura.

L’uomo si era difeso sostenendo di aver agito in questo modo nella convinzione di tutelare un suo diritto, ossia quello di non dover più pagare le utenze e per rimediare all’inerzia della moglie che, nonostante i diversi solleciti, non aveva mai provveduto ad effettuare la voltura.

Secondo la Suprema Corte però l’uomo avrebbe dovuto ricorrere all’intervento del giudice, senza farsi giustizia da solo; i giudici infatti chiariscono che la violenza sulle cose è legittima solo quando c’è la necessità impellente di rientrare in possesso del bene o di ripristinare il diritto di esercizio di godimento, circostanza questa non verificatasi nel caso concreto.

(04.04.19)

Il tradimento coniugale non determina sempre un risarcimento del danno

La violazione del dovere di fedeltà coniugale non è automaticamente risarcibile, ma solo se l’afflizione supera la soglia della tollerabilità e si traduca nella violazione di uno dei diritti costituzionalmente protetti come quello alla salute, alla dignità personale e all’onore.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sezione III Civile, con sentenza n. 6598 del 07.03.19.

Nel caso di specie il marito conveniva in giudizio la moglie dalla quale si era separato, oltre alla società presso la quale entrambi lavoravano e la capogruppo di quest’ultima, per ottenere la condanna in solido tra loro al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della violazione del dovere di fedeltà coniugale da parte della moglie, a causa della relazione da quest’ultima intrattenuta con un collega.

Il marito affermava che dalla scoperta della relazione extraconiugale gli era derivato un disturbo depressivo cronico e individuava una responsabilità della società datrice di lavoro per non aver vigilato sui propri dipendenti per evitare conseguenze pregiudizievoli per i terzi.

La domanda veniva rigettata sia in primo che in secondo grado così il marito proponeva ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte rigettando il ricorso osserva come la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio rilevi innanzitutto all’interno del rapporto stesso.

Secondo la Corte ai doveri che derivano dal matrimonio non corrispondono necessariamente altrettanti diritti, costituzionalmente protetti, la cui violazione è fonte di responsabilità per il contravventore.

Ciò vuol dire che la mera violazione dei doveri matrimoniali non integra automaticamente una responsabilità risarcitoria.

Ne consegue allora che la violazione del dovere di fedeltà, sebbene determini un dispiacere nell’altro coniuge e possa provocare la disgregazione del nucleo familiare non è automaticamente risarcibile, ma solo se l’afflizione superi la soglia di tollerabilità e si traduca nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, come il diritto alla salute, o alla dignità personale o all’onore, situazione non verificatasi nel caso in esame perché l’uomo era venuto a conoscenza del tradimento a distanza di alcuni mesi dalla separazione.

(22.03.19)

Separazione consensuale o giudiziale? Un po’ di chiarezza

Separazione consensuale

                La separazione consensuale è l’istituto giuridico attraverso il quale i coniugi, di comune accordo tra di loro, decidono di separarsi. In questo caso non è necessaria l’assistenza di un legale per ciascuno, ben potendo lo stesso legale assistere entrambi i coniugi.

La separazione consensuale non è possibile in assenza di un accordo fra i coniugi che investa ciascuna questione quale l’assegnazione della casa coniugale, il mantenimento della prole e del coniuge economicamente più debole, gli accordi patrimoniali.

I vantaggi della separazione consensuale

Indubbiamente la separazione consensuale è più vantaggiosa rispetto a quella giudiziale essendo più celere e meno costosa per le parti.

Inoltre nella separazione consensuale l’accordo viene raggiunto dai coniugi già prima dell’udienza in Tribunale, anche grazie all’assistenza e all’intermediazione dei rispettivi legali.

Il giorno dell’udienza i coniugi manifesteranno espressamente il loro consenso alla separazione davanti al Giudice e nel giro di pochi mesi si arriverà all’omologa di separazione, a differenza di quanto invece avviene con la separazione giudiziale per la quale occorrono alcuni anni.

Modifica dell’accordo omologato

Il contenuto dell’accordo di separazione può essere modificato dopo l’omologazione a condizione che emergano nuove circostanze di fatto che ne giustifichino il cambiamento (ad esempio un’intervenuta modifica delle condizioni economiche di uno dei due coniugi)

Separazione giudiziale

Si ricorre alla separazione giudiziale quando i coniugi non riescono a trovare un’intesa sulle condizioni di separazione.

La separazione giudiziale può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi.

Si tratta di un procedimento più lungo e costoso rispetto a quello alternativo della separazione consensuale.

Come avviene per la separazione consensuale anche per quella giudiziale si prevede la comparizione personale dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale, il quale può adottare provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge più debole e della prole.

Successivamente il procedimento prosegue con le forme di un procedimento ordinario e culmina con una sentenza da parte del Tribunale.

Se i coniugi dovessero optare per la separazione giudiziale, rimane ferma la possibilità di trasformarla in consensuale, non può invece accadere il contrario.

Quanto alla modifica delle condizioni di separazione vale quanto detto per la separazione consensuale. Le condizioni potranno essere modificate o revocate qualora intervengano nuovi fatti che mutino la situazione di uno dei coniugi o il rapporto con i figli.

(08.03.19)

La Cassazione ritorna sul tenore di vita con riferimento all’assegno di divorzio

Ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio da corrispondere in favore dell’ex moglie la Corte di Cassazione ha ritenuto applicabile il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

È quanto stabilito dalla Suprema Corte con ordinanza n. 4523 del 14.02.2019.

Nel caso di specie un marito proponeva ricorso in Cassazione avverso la decisione della Corte d’appello che confermava la sentenza di primo grado con la quale il tribunale aveva liquidato l’assegno di divorzio in favore della moglie, confermando come quest’ultima, ormai prossima ai sessantanni d’età, priva di attività lavorativa e di altre fonti di reddito non potesse non aver diritto a percepire l’assegno.

La Suprema Corte, tuttavia, respingeva il ricorso presentato dal marito confermando quanto stabilito nei due precedenti gradi di giudizio e ribadiva il principio per cui ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio in favore dell’ex moglie sia applicabile il criterio del tenore di vita.

Secondo la Cassazione sebbene il criterio del tenore di vita appaia ormai superato in favore del nuovo criterio dell’autosufficienza del coniuge, la decisione a cui nel caso di specie è pervenuta la Corte d’Appello appare comunque conforme e il linea con il pensiero espresso pochi mesi fa dalle Sezioni Unite.

Secondo la Suprema Corte infatti la Corte d’Appello avrebbe assunto la sua decisione guardando con prudenza al criterio del tenore di vita e avrebbe posto l’attenzione anche su quei fattori che nel caso concreto rendono la moglie il coniuge economicamente più debole. Il non aver svolto attività lavorativa durante il matrimonio, l’età anagrafica ormai prossima ai 60 anni rendono infatti pressoché remote per la donna le possibilità di trovare una nuova occupazione.

La Cassazione pertanto, confermando quanto stabilito nei precedenti gradi di giudizio, rigetta il ricorso.

(27.02.19)

Scatta l’addebito della separazione per omesso versamento del mantenimento e abbandono del tetto coniugale

Ai fini della pronuncia di addebito della separazione non è sufficiente accertare la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi, ma occorre anche verificare se in concreto questa violazione abbia assunto un’efficacia causale nel determinare la crisi coniugale.

Secondo la Suprema Corte questo presupposto è configurabile in presenza di una congiunta valutazione dell’abbandono della casa coniugale da parte del marito e della contestuale interruzione del mantenimento familiare.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 3877 dell’8 febbraio 2019.

Nel caso di specie un marito proponeva ricorso in Cassazione avverso la decisione della Corte d’appello che pronunciava la separazione con addebito al marito a fronte del suo abbandono del domicilio coniugale connesso all’interruzione del versamento dell’assegno di mantenimento per la figlia.

Occorre a tal proposito ricordare che il coniuge che abbandona il tetto coniugale viola i doveri del matrimonio.

La ragione di ciò non consiste tanto nell’allontanamento fisico, quanto invece nell’omissione, da parte del coniuge che se ne va, di tutti quegli obblighi morali e ed economici verso l’altro coniuge, che inevitabilmente l’allontanamento comporta.

Non si potrà parlare invece di abbandono del tetto coniugale se la decisione del coniuge di lasciare l’abitazione di famiglia è stata maturata a seguito di un rapporto ormai logoro.

Secondo la Suprema Corte, la compresenza delle due condizioni dell’allontanamento dalla casa coniugale e della mancata corresponsione del mantenimento è idonea a dimostrare che il comportamento tenuto dal marito è stato determinante ai fini dell’impossibilità della prosecuzione del rapporto e quindi è sufficiente a configurare l’addebito della separazione.

 (25.02.19)