Lo zio di Cicero si ammala per via del fumo…passivo

Cicero è molto dispiaciuto. Suo zio Mevio, a cui è molto affezionato, si è ammalato gravemente: i medici gli hanno riscontrato un tumore alla faringe, che potrà essere rimosso chirurgicamente ma che lo renderà comunque invalido in modo permanente, come già anticipatogli dai medici.

<Lo zio ha avuto davvero sfortuna> pensa Cicero mentre si sta recando a trovarlo <Ha smesso di lavorare un anno fa, avrebbe potuto vivere serenamente e in piena salute la sua vecchiaia e invece…>

Giunto a casa di Mevio, Cicero lo saluta cercando di mascherare il più possibile la sua emozione: <Ciao zio! Come stai?>

<Mi sto rassegnando. So che la mia vita, dopo l’operazione, non sarà più quella di prima e sto cercando di farmene una ragione ma non è facile. Come posso essermi ammalato di tumore alla faringe se non ho mai fumato?>

<E’ vero, zio, ci ho pensato anch’io e inizialmente non ne venivo a capo. Poi, però, mi è venuto in mente che tu hai lavorato alle dipendenze della società Alfa per ben vent’anni, chiuso in quel piccolo ufficio insieme a Sempronio e Caio che sono sempre stati degli accaniti fumatori di sigarette. Ricordo che mi è capitato di venirti a trovare sul posto di lavoro e mi sono chiesto come tu facessi a stare in un ambiente così poco salutare. Mi ricordo, addirittura, che filtrando i raggi del sole nella stanza del tuo ufficio, apparivano “nuvolette” di fumo! E se dipendesse proprio dal fumo che tu hai respirato per tanti anni? Fatti visitare da uno specialista, zio! >

<Potresti aver ragione, Cicero, mi farò visitare da un parente del mio vicino di casa che è medico legale e che, venuto a conoscenza del mio problema di salute, si è già reso disponibile a visitarmi per accertare se la mia malattia possa essere originata proprio dal fumo di sigaretta che, in tanti anni, ho respirato sul posto di lavoro>

Dopo qualche settimana Cicero riceve una telefonata da suo zio Mevio: <Ciao Cicero. Mi sono fatto operare, come ben sai ma mi sono anche fatto visitare, come mi avevi consigliato tu. Il medico-legale ha accertato che il tumore alla faringe è derivato proprio dal fumo che ho respirato sul posto di lavoro! Lo ha definito fumo passivo. Ora almeno conosco il motivo per cui mi sono ammalato>

<Bene, zio e ora cosa intendi fare? Non hai pensato che potresti chiedere i danni al tuo ex datore di lavoro? Hai un’invalidità permanente per colpa sua che non ha fatto nulla per impedire che tu lavorassi in un ambiente insalubre >

<Ci ho pensato Cicero e, a dire il vero, ho anche chiesto un parere al mio avvocato di fiducia che mi ha invogliato ad agire ma che ha pure ammesso di non essere a conoscenza di persone danneggiate da fumo passivo che siano state poi risarcite. Temo di aprire una causa che non abbia alcuna possibilità di successo>

<Capisco …>  

Dieci giorni dopo, Cicero entra in un bar con degli amici, nell’attesa del caffè apre il giornale e… <Come è capitato a mio zio!> esclama Cicero, attirando l’attenzione dei suoi amici: <Sentite:“la Corte di Cassazione, con Ordinanza n 276 del 9 gennaio 2019, ha definitivamente condannato il datore di lavoro a risarcire il danno biologico al proprio dipendente che oggi è novantenne, ha avuto danni alle corde vocali, ha perso tutti i denti, fa fatica a ingerire cibi, ma soprattutto non è mai stato un fumatore, per avergli fatto prestare la propria attività lavorativa dal 1980 al 1994 in locali insalubri, perché di ridotte dimensioni e saturi di fumo, così contraendo un tumore faringeo, diagnosticato dopo la cessazione del rapporto di lavoro, rimosso chirurgicamente, e dal quale era derivata una invalidità permanente quantificata nella misura del 40%”. Ora, ne sono certo, mio zio Mevio si convincerà ad agire in giudizio contro il suo ex datore di lavoro per chiedere il risarcimento dei danni che ha subito a causa del fumo passivo inalato per tanti anni sul posto di lavoro!

Il lavoratore può usare i permessi ex Legge n. 104/92 per andare in vacanza?

Il lavoratore che usufruisce dei permessi di cui alla Legge n. 104/92 per l’assistenza di un familiare disabile deve guardarsi bene dall’utilizzarli per proprie esigenze di vacanza.

Difatti, il lavoratore ha la facoltà di assentarsi dal lavoro senza perdere la retribuzione e senza intaccare le proprie ferie per garantire una maggiore e più proficua assistenza al disabile, anche permettendo al titolare dei permessi di ritagliarsi uno spazio per far fronte alle proprie esigenze personali. Ciò, tuttavia, non vuol dire che sia possibile chiedere al datore di lavoro di usufruire di una giornata di permesso ex Legge n. 104/92 per portare in vacanza la propria famiglia e lasciare a casa l’assistito. Chi tiene una simile condotta rischia di essere licenziato per giusta causa senza poter obiettare nulla al datore di lavoro.

Basti pensare che di recente, con l’ordinanza n. 18293/2018 la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva il licenziamento di una lavoratrice che, beneficiando della Legge n. 104/92 per assistere la madre, si era allontanata dall’abitazione di quest’ultima e aveva approfittato di una giornata di permesso per recarsi con la propria famiglia in una nota località turistica.

Ciò, tuttavia, non vuol dire che il lavoratore debba assistere il disabile durante tutta la giornata di permesso o necessariamente in coincidenza con l’orario in cui avrebbe dovuto essere a lavoro. In un’altra pronuncia, la n. 213/2016, i giudici di legittimità hanno, infatti, chiarito anche che la necessità, sancita dalla legge, che il lavoratore che benefici dei permessi assista il famigliare handicappato con continuità e in via esclusiva “non implica un’assistenza continuativa di 24 ore” ma un’assistenza “che sia prestata con modalità costanti e con quella flessibilità dovuta anche alle esigenze del lavoratore“.

(02.05.19)

Lo svolgimento di altra attività in costanza di malattia può essere motivo di licenziamento disciplinare?

Lo svolgimento di altra attività in costanza di malattia non è di per sé vietato, ma deve essere valutato caso per caso: è compatibile l’attività svolta con il tipo di malattia? Non pregiudica il recupero delle energie psico-fisiche del lavoratore in malattia?

Nell’ambito del diritto del lavoro, per definizione, la malattia è uno stato patologico che determina una condizione di incapacità al lavoro specifico svolto da quel lavoratore, tale da determinare la sospensione temporanea del rapporto di lavoro e non la sua risoluzione.

Per giurisprudenza ormai costante, lo svolgimento di altra attività (lavorativa e/o extralavorativa) da parte del dipendente assente per malattia, è idoneo a giustificare il recesso per giusta causa del datore di lavoro, quando l’attività esterna prestata è di per sé sufficiente a far ritenere l’inesistenza della malattia, dimostrando una sua fraudolenta simulazione. In questo caso si è in presenza di un inadempimento del lavoratore talmente grave da non consentire anche in via provvisoria la prosecuzione del rapporto di lavoro.

E’ considerato motivo di giusta causa anche il caso in cui un lavoratore abbia violato in modo significativo il dovere di non compromettere il recupero del proprio stato di salute. Lo svolgimento di altra attività è, infatti, idoneo a giustificare il recesso del datore di lavoro per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifichi obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà, quando – valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte – l’attività stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione o il rientro in servizio del lavoratore, oltre ad essere dimostrativa dell’inidoneità dello stato di malattia ad impedire comunque l’espletamento di un’attività ludica o lavorativa (cfr. tra le plurime Cass. Civ. n. 17625/2014; Cass. Civ. n. 21667/2017).

(03.03.19)

Macchia d’olio sull’asfalto: se è recente si tratta di caso fortuito

Grava sul custode della strada, ossia sul Comune, fornire la prova della presenza di una recente macchia d’olio sull’asfalto, non prevedibile e dunque non evitabile.

E’ quanto deciso dalla Corte di Cassazione, sezione III civile, con la sentenza n. 7361 del 15.03.2019.

Nel caso di specie un uomo citava in giudizio Roma capitale per ottenere il risarcimento dei danni causati alla sua persona e alla motocicletta di sua proprietà, causati dalla caduta provocata da una macchia d’olio sul manto stradale.

In primo grado il Tribunale rigettava la domanda ritenendo non sussistenti gli elementi di cui all’art. 2043 c.c. e negando che la macchia d’olio, date le risultanze di causa, potesse considerarsi un’insidia attribuibile alla colpa dell’ente proprietario della strada.

La decisione veniva confermata anche in secondo grado, tuttavia la Corte d’appello inquadrava la fattispecie in esame sotto l’art. 2051 c.c., ipotizzando quindi una responsabilità da cose in custodia, tuttavia esclusa in quanto non risultava che la macchia d’olio fosse lì da tempo, quindi il comune di Roma non avrebbe potuto rimuoverla in tempo.

La Suprema Corte di diverso avviso accoglie il ricorso.

Secondo la Cassazione l’art. 2051 c.c. pone una responsabilità oggettiva che prescinde dalla colpa del custode. Ciò comporta che una volta ammesso che vi sia un nesso causale tra la cosa e il danno (dimostrazione che spetta al danneggiato), spetta poi al custode, nel caso in esame il Comune, la prova liberatoria, ossia la dimostrazione della estraneità dell’evento dalla sua sfera, allegando elementi a supporto del caso fortuito.

(26.03.19)

Quando il datore di lavoro va esente da responsabilità nel caso che un suo dipendente s’infortuni sul posto di lavoro?

Va premesso, innanzitutto, che il lavoratore che agisce in giudizio contro il proprio datore di lavoro per ottenere il risarcimento del danno subito a seguito di un infortunio sul lavoro, ha l’onere di provare il fatto costituente il suo inadempimento e la connessione tra tale inadempimento e il danno. Non deve provare la colpa del datore di lavoro, che si presume ai sensi dell’art. 1218 c.c..

Detto ciò, come può il datore di lavoro liberarsi dalla responsabilità per l’accadimento dell’infortunio del suo dipendente?

Quando gli venga contestata la mancata adozione di una misura di sicurezza espressamente prevista dalla legge, deve riuscire a provare che il fatto affermato dal lavoratore non è veritiero.

Qualora invece il lavoratore faccia ricorso, più genericamente, alla mancata applicazione dell’art. 2087 c.c., dovrà dimostrare di aver fornito al lavoratore tutte le misure di sicurezza consone al rischio connesso allo svolgimento di quella determinata attività lavorativa.

Ecco quindi che, nel caso preso in esame dal Giudice del Lavoro Dott. Perillo del Tribunale di Milano (sentenza n. 2410 del 28 settembre 2018), non si è ritenuto “sussistere alcuna responsabilità del datore di lavoro, che ha adottato tutte le cautele specifiche e generiche per preservare la salute del proprio dipendente ed il ricorso di quest’ultimo volto ad ottenere il risarcimento del danno va respinto”. Il lavoratore aveva subito un infortunio cadendo da una scala a piede d’elefante ma il datore di lavoro aveva provato di aver fornito adeguata informazione e formazione al proprio dipendente, facendolo partecipare a corsi sulla sicurezza, allegando altresì il proprio Documento di Valutazione dei Rischi, ove vi era una sezione specificatamente dedicata all’uso delle scale nonché alla procedura per il loro corretto utilizzo, e documentando che le scale utilizzate possedevano la certificazione di sicurezza richiesta nell’ambito UE e che non presentavano difetti di funzionamento.

(20.03.19)

La minaccia di morte al superiore costituisce causa di licenziamento

Con l’ordinanza n. 31155 del 03.12.2018  la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento comminato a un dipendente che aveva minacciato il proprio superiore. La Suprema Corte ha stabilito che una minaccia grave pronunciata in azienda, sebbene proferita in modo generico, ha un effetto gravemente destabilizzante nel contesto aziendale e, come tale, comporta la lesione del vincolo fiduciario con la conseguente legittimità del provvedimento espulsivo irrogato.

La Cassazione ha precisato che la minaccia grave determina pur sempre un turbamento nel soggetto che la riceve e anche se generica, può produrre un’alterazione psichica, avuto riguardo alla personalità del soggetto coinvolto. Se proferita poi pubblicamente in un ambiente lavorativo, la minaccia ha un effetto gravemente destabilizzante sull’attività aziendale, rappresentando una violazione degli obblighi di collaborazione, fedeltà e subordinazione, cui è tenuto il lavoratore nei confronti di un suo superiore.

(15.03.19)

Il lavoratore che ha superato il periodo di comporto va reintegrato e risarcito se non è stato licenziato subito

Il datore di lavoro deve licenziare a stretto giro il dipendente che esaurisce il periodo di conservazione del posto per malattia, altrimenti il lavoratore può ottenere l’annullamento del licenziamento per intempestività. E’ quanto stabilito dall’ordinanza n. 29402/2018 pubblicata il 15 novembre dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione.

Il rapporto con il datore di lavoro cessa automaticamente con il raggiungimento del numero massimo di assenze e non richiede alcuna motivazione: nessuna esigenza di riflessione può giustificare il provvedimento espulsivo a distanza di tempo. Il licenziamento per il superamento del periodo di comporto non ha, infatti, natura disciplinare. E dunque secondo la Suprema Corte non possono sussistere, da parte del datore di lavoro, esigenze di riflessione che possano giustificare il provvedimento espulsivo a distanza di qualche mese dal momento in cui è stato accertato l’esaurimento della conservazione del posto. Tale condotta, peraltro, ingenera nell’interessato un ragionevole affidamento nella prosecuzione del rapporto lavorativo.

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha bocciato il ricorso dell’azienda che aveva provveduto ad intimare il licenziamento ad una propria dipendente decorsi quattro mesi dal verificarsi dell’evento.

(13.02.19)

Se il suocero viene a mancare è giustificato l’aumento dell’assegno di mantenimento a carico del marito

Il decesso del suocero che contribuiva al mantenimento economico della figlia e della nipote costituisce una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 3206 del 4 febbraio 2019 che ha respinto il ricorso presentato dal marito nei confronti della moglie.

Nel caso di specie la moglie, a seguito del decesso del proprio padre che contribuiva al suo mantenimento economico nonché a quello di sua figlia, aveva convenuto in giudizio il marito davanti al Tribunale chiedendo una modifica delle condizioni di separazione.

Il Tribunale, in accoglimento del ricorso presentato dalla donna aveva stabilito in capo al marito un aumento dell’assegno di mantenimento sia per la figlia che per la moglie.

L’uomo ricorreva in appello chiedendo invece la conferma delle statuizioni adottate in sede di separazione consensuale dei coniugi.

La Corte d’Appello però rigettava il ricorso presentato dall’uomo evidenziando come la morte del padre della moglie, nonché nonno della figlia dell’uomo, aveva determinato un rilevante mutamento delle condizioni economiche della donna, determinando così il venir meno del consistente aiuto economico in favore della figlia e della nipote.

Contro tale decisione il marito presentava ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte, tuttavia, confermando quanto già stabilito dai giudici di secondo grado osserva che l’aggravarsi delle condizioni di salute del padre della donna e il suo conseguente decesso costituiscono una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione; la Corte rigetta dunque il ricorso.

(11.02.19)

L’assegno divorzile deve tener conto del contributo fornito per la realizzazione della vita familiare

            L’assegno divorzile all’ex coniuge, oltre ad avere natura assistenziale, ha anche natura perequativa e compensativa. Esso porta al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente, non il conseguimento dell’autosufficienza economica in astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito per la realizzazione della vita familiare, considerando anche le aspettative professionali sacrificate.

È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sezione I civile, con la sentenza n. 2480 del 29.01.19 che ha accolto il ricorso presentato dalla moglie contro l’ex coniuge.

Nel caso di specie la Corte d’Appello aveva ridotto l’assegno in favore dell’ex moglie evidenziando le capacità imprenditoriali di quest’ultima nonché il possesso di un reddito superiore rispetto a quanto dichiarato, oltre ad aver ritenuto l’importo minore dell’assegno comunque sufficiente a garantire il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

La Suprema Corte, accogliendo il ricorso della donna, osserva come fosse il precedente orientamento giurisprudenziale ad attribuire all’assegno divorzile esclusivamente una funzione assistenziale, il cui presupposto andava individuato nell’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio.

Detto orientamento però, ricorda la Corte, è stato modificato nel 2017, quando si è stabilito che il parametro dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge debba essere rivisto alla luce del principio di auto responsabilità economica di ciascun coniuge.

Di recente sul tema sono intervenute anche le Sezioni Unite stabilendo che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi (o comunque all’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli) debba essere connesso alle caratteristiche e alla ripartizione dei ruoli avuti durante lo svolgimento della vita matrimoniale.

Sempre le Sezioni Unite, in un’ottica di riconsiderazione dell’intera materia, hanno stabilito alcuni principi di diritto tra cui quello per cui all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche una natura perequativa – compensativa e quello in base al quale la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi non è finalizzata alla ricostruzione del tenore di vita enodoconiugale, bensì al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi.

Sulla base dei principi poc’anzi espressi la Cassazione cassa con rinvio la sentenza.

(07.02.19)

Per la lite fra utente e compagnia telefonica è possibile la conciliazione in Camera di commercio oltre che al Corecom

Il tentativo di conciliazione con la compagnia telefonica chiamata in causa per inadempimento contrattuale non deve per forza svolgersi innanzi agli organismi di Conciliazione c.d. Corecom (comitati Regionali per le Comunicazioni), ma può in alternativa svolgersi anche innanzi alle Camere di commercio o davanti ad altri organismi muniti dei requisiti di imparzialità, trasparenza, efficacia ed equità, così come stabilito dalle raccomandazioni della Commissione Europea.

È quanto sancito dalla Corte di Cassazione, terza sezione civile, con l’ordinanza n. 26913 del 24 ottobre 2018.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso di un uomo che chiedeva alla compagnia telefonica il risarcimento dei danni a fronte di un inadempimento contrattuale.

Il giudice di secondo grado aveva bocciato l’istanza perché il tentativo di conciliazione non era stato esperito davanti al Corecom competente, bensì dinnanzi alla Camera di commercio.

Di diverso avviso invece la Suprema Corte che cassa con rinvio la sentenza sostenendo che l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione non implica che questo debba necessariamente svolgersi davanti agli organismi del Corecom, ma è sufficiente che le parti si rivolgano, in alterativa, alle Camere di conciliazione che sono istituite presso le Camere di commercio o presso altri organismi muniti dei requisiti di trasparenza, efficacia ed equità secondo quanto richiesto dalla Commissione Europea.

Ne consegue dunque la non proponibilità del tentativo di conciliazione dinanzi al Corecom se per la stessa controversia è già stato esperito un tentativo di conciliazione innanzi ad altri organismi comunque abilitati.

(26.10.2018)