La mamma muore, Cicero accusa il medico

Come ogni venerdì sera, Cicero va a trovare sua madre che ha 77 anni e, da parecchi anni, vive da sola in un piccolo appartamento in centro città.
< Ciao mamma, come stai oggi? > chiede Cicero.
< Non molto bene, sento dolore all’altezza dello sterno. > risponde la mamma.
< Perché non mi hai avvertito prima? Certamente non sarà nulla di serio, vedrai, tuttavia, considerato che hai avuto un infarto qualche anno fa, è opportuno chiamare subito la guardia medica.>
< Non si allarmi, signora, è nevralgia intercostale. Si riposi. La saluto. > dice il medico intervenuto presso l’abitazione della mamma di Cicero, dopo averle effettuato un elettrocardiogramma sul posto.

La mattina seguente però, purtroppo, la mamma di Cicero viene ritrovata senza vita dalla vicina di casa e la causa del decesso viene individuata in una cardiopatia ischemica confluita in arresto cardiocircolatorio. In altre parole, infarto.
Cicero non si dà pace e pensa: < Come è possibile, se il medico di guardia ha fatto pure un elettrocardiogramma? > Decide allora di farsi rilasciare copia della documentazione medica relativa all’intervento della guardia medica in soccorso di sua mamma e di farla esaminare ad un consulente medico-legale di sua conoscenza.
< Vede Sig. Cicero > afferma il consulente medico-legale < il medico di guardia intervenuto ha scritto che sua mamma era paziente cardiopatica già nota e che il dolore allo sterno aumentava premendolo. Inoltre, cosa ancor più importante, l’elettrocardiogramma eseguito sul posto ha evidenziato anormalità e possibile ischemia. Con questa situazione, il medico di guardia avrebbe dovuto disporre il ricovero immediato in ospedale di sua mamma per un approfondimento clinico, in particolare per una valutazione degli enzimi cardiaci ed eventuale monitoraggio in unità coronarica. Se la paziente fosse stata ospedalizzata avrebbe potuto essere monitorata, adeguatamente trattata farmacologicamente, con la possibilità di prevenire le complicanze dell’episodio ischemico, in primis quelle di carattere aritmico. >
< Insomma, dottore, mi sta dicendo che mia mamma avrebbe potuto continuare a vivere, se fosse stata sottoposta a ulteriori esami e cure ospedaliere? >
< E’ probabile. Vi sarebbero state delle buone possibilità. >
A questo punto Cicero vorrebbe avere dei chiarimenti dal medico di guardia che è intervenuto in soccorso di sua mamma ma non riesce a parlargli, non essendogli nemmeno note le generalità. Anzi, esposta la questione ad un collega di reparto ospedaliero del suddetto medico, Cicero si sente rispondere, in tono un po’ stizzito, che la paziente sarebbe ugualmente deceduta anche se fosse stata sottoposta ad ulteriori approfondimenti clinici e che, comunque, sarebbe spettato al figlio, qualora avesse ritenuto di chiamarlo in causa per sentirlo condannare al risarcimento dei danni morali per la sofferenza conseguente alla perdita della madre, provare la responsabilità colposa del medico per il funesto evento occorso.

Cicero, non convinto, decide di chiedere il parere del proprio avvocato di fiducia.
< Quello che sostiene il medico con cui Lei ha discusso, Sig. Cicero, non è condivisibile. Ormai la giurisprudenza è concorde nel ritenere che spetti al sanitario di provare in giudizio che la prestazione medica sia stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi per il paziente siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (vd., fra le altre, Cass. Civ. sentenza 09.10.2012 n. 17143). Se tale prova non viene fornita, l’inadempimento si presume (Cass. Civ. sentenza 13.04.2007 n. 8826). >
< Però, a pensarci bene, non conosco nemmeno le generalità del medico di guardia intervenuto in soccorso di mia madre: come posso chiamarlo in causa e chiedergli i danni? >
< E’ un problema superabile. Può chiedere i danni all’ente ospedaliero di cui fa parte detta guardia medica. La Suprema Corte afferma infatti che “la struttura sanitaria risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente per fatto proprio, ex art. 1218 c.c., ove tali danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura ovvero per fatto altrui, ex art. 1228 c.c., ove i danni siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui essa si avvale” (Cass. Civ., Sez. III, sentenza 05.12.2013, n. 27285).>
< Tuttavia, avvocato, devo dirle con molta sincerità che, come confermatomi dal mio consulente medico-legale a cui ho sottoposto il caso, non è certo che mia mamma, se ricoverata in ospedale, sarebbe vissuta. E’ probabile ma non certo. >
< Sua mamma aveva comunque una chance, una possibilità di farcela. Bene, tenga conto che “ in tema di responsabilità medica, costituisce danno risarcibile in favore del paziente o dei suoi eredi non solo la perduta possibilità, in conseguenza dell’omissione colposa da parte del medico, di una guarigione certa, ma anche la perduta possibilità di una guarigione eventuale; quest’ultimo danno, consistente nella perdita della chance di sopravvivenza, è ontologicamente diverso dal danno consistente nella perdita del risultato sperato” (Cass. Civ., Sez. III, sentenza 04.03.2004 n. 4400). Pensi che la Suprema Corte ha ritenuto addirittura risarcibile il danno derivante dall’errata esecuzione di un intervento chirurgico, praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della chance di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto (Cass. Civ., Sez. III, sentenza 27.03.2014 n. 7195). >
(03.04.2014)

Il figlio di Cicero, calciatore professionista non retribuito

calciatore Alfio, il figlio di Cicero, è sempre stato appassionato di sport, in particolare del gioco del calcio. A 18 anni riesce a stipulare il suo primo contratto da calciatore professionista con una società del campionato italiano di serie B. Si vincola per tre anni con un ingaggio economico che ritiene molto soddisfacente. Anche Cicero è felice per Alfio ed è ottimista per il suo futuro calcistico.
Nelle prime partite di campionato Alfio gioca davvero bene, mostra tutte le sue buone qualità calcistiche ma, trascorso il periodo invernale, ha un calo fisico e l’allenatore lo tiene ripetutamente in panchina o nemmeno lo convoca, lasciandolo in tribuna.
Alfio non accetta la situazione, convinto di poter dimostrare, giocando, di essere ancora un ottimo calciatore ma l’allenatore non cambia idea e continua a non inserirlo in partita. Un pomeriggio, durante l’allenamento, Alfio, esasperato, litiga con il suo allenatore alla presenza del presidente della squadra che non ne condivide il comportamento indisciplinato e lo rimprovera aspramente.
A questo punto Alfio, durante un’intervista televisiva, manifesta tutto il suo desiderio di voler cambiare ambiente e squadra al più presto. Da quel momento, i rapporti con il presidente e l’allenatore si deteriorano ulteriormente a tal punto che, con le più svariate ingiustificate motivazioni, Alfio comincia a essere retribuito dalla società sportiva solo parzialmente e con sempre maggior ritardo rispetto ai tempi concordati nell’intesa contrattuale. A fine stagione, Alfio non ha percepito gli stipendi di marzo, aprile e maggio.
A questo punto, Alfio si rivolge all’avvocato di fiducia di un suo caro amico per recuperare il proprio credito verso la società sportiva che lo ha ingaggiato.
< Non si preoccupi, Alfio, preparerò celermente un ricorso per ottenere un decreto dal Tribunale competente che ingiunga il pagamento di quanto dovutole >. E, in effetti, dopo non molto tempo, Alfio, tramite il proprio difensore di fiducia, ottiene un decreto ingiuntivo che viene notificato alla società sportiva la quale decide di non opporsi e pagare quanto ancora dovuto a Alfio.
Alfio è soddisfatto ma, passata qualche settimana, viene deferito dalla Procura Federale della FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio), con richiesta all’Organo Giudicante di sei mesi di squalifica ai sensi dell’art. 15 del Codice di Giustizia Sportiva, per essersi rivolto al Giudice Statale senza preventiva autorizzazione della Delibera Federale. Alfio esprime a suo padre tutto il suo stupore e la sua rabbia.

Cicero, allora, con l’intento di aiutare suo figlio, chiede un parere ad un altro avvocato di sua conoscenza, che sa che si occupa di diritto dello sport.
< Il deferimento alla Procura Federale era, purtroppo, inevitabile. Difatti, all’atto del tesseramento alla FIGC, suo figlio Alfio, firmando il modello del contratto associativo, ne ha accettato lo Statuto, aderendo, di conseguenza, alla clausola compromissoria con cui si rimette a specifici Collegi Arbitrali la risoluzione delle controversie sportive, tra cui quelle economiche, che potrebbero insorgere con altri soggetti aderenti alle Federazioni. Trattasi dell’arbitrato sportivo, che è strumento alternativo alla giurisdizione statale. La FIGC, ad esempio, ha istituito collegi arbitrali permanenti presso le Leghe professionistiche e predisposto appositi regolamenti di procedura. E’ un vincolo associativo per il soggetto tesserato che, se disatteso, comporta l’irrogazione di sanzioni disciplinari per il calciatore, stabilite da norme federali, per violazione della clausola compromissoria, ex art. 30 commi 1 e 4 Statuto Federale. D’altro canto, l’art. 3 della Legge n. 280 del 17.10.2003 stabilisce che, nel caso di controversie, pur restando ferma la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti, è fatto salvo quanto eventualmente stabilito dalle clausole compromissorie previste dagli statuti e dai regolamenti del Comitato olimpico nazionale italiano e delle Federazioni sportive di cui all’articolo 2, comma 2, nonche’ quelle inserite nei contratti di cui all’articolo 4 della legge 23 marzo 1981, n. 91. >
< Davvero un bel problema! > sospira Cicero < Mi pare di capire che mio figlio abbia poche speranze di evitare la sanzione disciplinare >.
< Consideri che Alfio, a mio parere, è già stato fortunato perché la società sportiva a cui è stato ingiunto, con decreto, il pagamento avrebbe potuto legittimamente opporvisi e chiederne la revoca, eccependo il difetto di giurisdizione del Giudice Statale a favore, appunto, del Collegio Arbitrale Sportivo >.
< Se, come credo, ne deriverà un danno alla carriera professionale di Alfio, lo consiglierò di chiederne il risarcimento all’avvocato che ha agito avanti la magistratura ordinaria! > pensa Cicero.
(17.03.2014)

Cicero, la moglie e l’amante

Il matrimonio di Cicero con Ofelia è in crisi da almeno un paio d’anni. I due si sono allontanati lentamente, rendendosi sempre più incompatibili per carattere e trovando modo di discutere e litigare per un nonnulla. Manca l’intimità da più di un anno e, oramai, la vita di coppia non esiste praticamente più: Cicero esce quasi ogni sera e ogni fine settimana con i propri amici. Anche Ofelia è spesso fuori casa con le amiche e tutti i sabato sera si cambia d’abito, si trucca e va a ballare in discoteca. I coniugi sono consapevoli di essere sereni, ormai, quando sono l’uno distante dall’altra. Cicero, inoltre, da tre mesi frequenta un’altra donna alla luce del sole poiché è convinto che il suo matrimonio sia in crisi irreversibile e che Ofelia non sia nemmeno interessata alla sua nuova avventura sentimentale.
Cicero, ben presto, sente il desiderio di lasciare la casa coniugale e andare a vivere con la donna che ha conosciuto e frequenta regolarmente. <Ofelia, siamo entrambi consapevoli che il nostro matrimonio è finito. Separiamoci di comune accordo. Avviamo la pratica dal legale>.
Sorprendentemente, però, Ofelia reagisce rabbiosa alla proposta del marito: <Non ci penso proprio alla separazione consensuale! Sei tu che ti sei allontanato da me ed ora, probabilmente, ne comprendo davvero il motivo: la tua relazione con un’altra donna ha distrutto il nostro matrimonio!>
<Sai che non è così. La mia frequentazione extraconiugale è recente, il nostro matrimonio è finito molto tempo prima>
<Non sono affatto d’accordo. Se ritieni, chiedila tu la separazione, io resisterò, chiederò che venga addebitata a te la responsabilità della fine del nostro matrimonio, visto che posso dimostrare facilmente che hai l’amante, e pretenderò pure il risarcimento dei danni morali che ciò mi ha comportato>
Cicero è sorpreso e ferito. Fissa un appuntamento dal suo avvocato di fiducia, gli racconta ciò che gli sta accadendo e la posizione assunta dalla moglie Ofelia.

<Avvocato, io amavo mia moglie e se ora ho un’altra donna è solo per il fatto che da molto tempo oramai io e Ofelia viviamo sotto lo stesso tetto ma conduciamo due vite totalmente separate, serenamente e consapevolmente. Non ci siamo separati prima legalmente, non avendone necessità immediata né io né lei. Perché ora Ofelia vuole approfittare di me?>
<Non si allarmi, Sig. Cicero> dice l’avvocato <non sarà così semplice per Ofelia ottenere ciò che vorrebbe. E’ vero che la Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. I, sentenza 15.09.2011 n. 18853) ha riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni morali al coniuge tradito ma è altrettanto vero che la stessa Cassazione, negli ultimi anni, ha sancito un orientamento giurisprudenziale secondo cui non tutte le infedelta’ sono motivo di addebito della separazione e tantomeno fonte di risarcimento del danno. Se l’infedelta’ è la causa della crisi coniugale, il coniuge tradito potrà ottenere il risarcimento dei danni morali oltre che l’addebito della separazione a carico dell’altro coniuge, se, diversamente, essa è la conseguenza di una crisi gia’ in atto, egli non potrà pretendere alcunché a tale titolo. I fatti che mi ha descritto e che riguardano il suo matrimonio, provano indubbiamente l’esistenza di un’incompatibilità caratteriale tra lei e sua moglie che si è sviluppata e irreparabilmente aggravata negli ultimi due anni mentre la sua relazione extraconiugale è iniziata solo tre mesi fa. In altre parole, nel suo caso, la relazione extraconiugale non è la causa della crisi coniugale tra lei e Ofelia. Oltretutto, devo farle notare che, quand’anche Ofelia riuscisse a dimostrare il contrario, la Corte di Cassazione (Cass. Civ., sentenza 17.01.2012 n. 610) in tema di risarcimento del danno subito a causa del tradimento del marito, pur ribadendo la possibilità della richiesta dei danni anche in ambito familiare, non lo riconosce se non viene rilevata nessuna lesione dei diritti fondamentali e, particolarmente, dell’integrità fisio-psichica della moglie. Ora, mi ha detto che sua moglie è piuttosto serena, si diverte, esce con le amiche, non mostra particolare sofferenza interiore né segni di stress psicologico, insomma sta bene in salute. Non pare esservi lesione della sua integrità fisio-psichica ed è quindi Ofelia a dover dimostrare il contrario.>
Cicero si è tranquillizzato. Capisce che la richiesta di risarcimento danni della moglie sarà facilmente rigettata in sede di giudizio Incarica il suo avvocato di fiducia di redigere il ricorso giudiziale per la sua separazione coniugale, certo che Ofelia si convincerà a rinunciare alle proprie pretese e che, nelle more del giudizio, giungerà ad un accordo con la moglie per trasformare la separazione da giudiziale in consensuale.
(03.03.2014)

Cicero decide di ristrutturare casa

Da tempo Cicero intende ristrutturare la sua villetta. Finalmente decisosi, contatta diverse imprese edile della propria zona, chiedendo a ciascuna di esse un computo metrico preventivo, indicando cioè le singole opere da realizzarsi per ristrutturare in modo adeguato la sua casa e i costi per l’esecuzione di tali lavori.
Cicero si rende ben presto conto che la spesa è impegnativa ed è quasi giunto alla determinazione di rinviare la decisione di ristrutturare casa sua. Tuttavia, tramite un amico di famiglia, egli entra in contatto con un geometra, titolare di un’impresa edile, il quale lo invita a consegnargli la bozza del computo metrico estimativo (perciò a misura), predisposto da una delle altre imprese edili contattate da Cicero, garantendogli di utilizzarla come traccia per formulargli un’offerta economica più vantaggiosa.
Cicero, perciò, oltre alla bozza del computo metrico, consegna al geometra le tavole grafiche e la planimetria della sua villetta, evidenziando i tavolati da demolire e quelli da ricostruire, l’ubicazione dei nuovi pavimenti, il dettaglio degli interventi previsti nei locali, lo schema del nuovo impianto elettrico e quant’altro occorrente.
Il geometra esamina il tutto e poi prepara un computo metrico preventivo di Euro 40.000,00 che rilascia a Cicero.    <Indubbiamente è un buon preventivo, più vantaggioso di tutti gli altri, credo proprio che gli conferirò l’incarico> pensa Cicero.

Cicero, soddisfatto, conferisce l’incarico all’impresa edile del geometra di ristrutturare la sua abitazione, accordandosi con il medesimo che, alla fine dei lavori, i due avrebbero verificato congiuntamente, mediante un computo metrico consuntivo, le misure e la quantità del lavoro svolto, per determinare il saldo economico definitivo.
Durante l’esecuzione dei lavori, Cicero si rende conto che necessita effettuarne altri oltre quelli già preventivati sicchè, di volta in volta, chiede al geometra l’aggiornamento del computo metrico, con l’indicazione dei tempi di realizzazione e dei relativi costi. L’impresa appaltatrice però dà delle indicazioni sommarie dei costi e dei tempi di esecuzione dei nuovi lavori, sostenendo la difficoltà, sul momento, a determinarli con esattezza e, a fronte delle lamentele del committente, garantisce, a opere ultimate, la verifica dettagliata e puntuale di tutti i lavori eseguiti.
Una volta finiti i lavori, però, l’impresa appaltatrice non si rende più disponibile alla verifica promessa ed anzi, a fronte delle rimostranze, verbali e scritte, di Cicero, emette fattura a saldo di Euro 60.000,00, sollecitandone il committente al pagamento immediato.
A questo punto, Cicero esamina voce per voce le opere indicate come effettuate nella predetta fattura, le confronta con i lavori di ristrutturazione realizzati, constatando che diverse opere indicate in fattura non risultano eseguite e che, per altre di esse, la quantità del materiale utilizzato dall’impresa appaltatrice non appare giustificarne il prezzo richiesto, palesemente eccessivo, non in linea con il computo metrico preventivo e nemmeno conforme alle tariffe in uso mentre, per altre ancora, appare assolutamente eccessivo il prezzo addebitato al committente, tenendo conto delle ore di manodopera effettivamente impiegate o da doversi impiegare, secondo gli usi del settore. Cicero, tramite raccomandata, contesta tutto quanto sopra al geometra, rifiutandosi di saldare l’impresa appaltatrice a fronte della sua inesatta adempienza contrattuale. Inoltre, accerta parecchi vizi e difetti  nell’esecuzione delle opere, che denuncia prontamente all’impresa appaltatrice.
Per tutta risposta, il geometra, tramite un avvocato di propria fiducia, lo diffida formalmente al pagamento della somma di Euro 60.000,00 e, poco dopo, ottiene un decreto dal Giudice di Tribunale con cui viene ingiunto a Cicero il pagamento di tale importo.

<Non è giusto!> pensa Cicero <Nel decreto è scritto che posso oppormi entro 40 giorni da quando mi è stato notificato, mi rivolgerò ad un avvocato>.
<Il geometra si è comportato in modo davvero scorretto> dice Cicero all’avvocato di sua fiducia <ma io sono un po’ preoccupato. Il geometra ha già emesso fattura e io devo provare che le mie contestazioni sui lavori eseguiti dall’impresa appaltatrice siano fondate>.
<No, si sbaglia> risponde l’avvocato <Innanzitutto, la fattura, come sostenuto concordemente da dottrina e giurisprudenza (fra le altre: Cass. Civ., Sez. VI, ord. 11.03.2011 n. 5915, Cass. Civ., Sez. II, 11.05.2007 n. 10860; Cass. Civ., 28.04.2004 n. 8126), non possiede alcun valore probatorio in merito all’esistenza del credito, quando esso è oggetto di contestazione. Inoltre è l’impresa appaltatrice che ha l’onere di provare che sono stati eseguiti i lavori per i quali il prezzo è richiesto e che le opere sono state eseguite a regola d’arte. Con una storica sentenza (n. 13533/2001) le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, risolvendo un contrasto da tempo insorto nella giurisprudenza di legittimità, in ordine al riparto dell’onere probatorio in tema di inadempimento delle obbligazioni, hanno affermato, fra gli altri principi, che il debitore convenuto per l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno che si avvalga dell’eccezione d’inadempimento ex art. 1460 c.c., deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il creditore istante è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa. Anche nel caso in cui sia dedotto non l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo inesatto adempimento, sarà sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando ancora una volta sul creditore istante l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento. E’ un principio consolidato ribadito più volte dalla Cassazione (Sentenza n. 98 del 04.01.2013; Sentenza n. 936 del 20.01.2010; Sentenza n. 3472 del 13.2.2008 e come richiamato anche dalla sentenza del Tribunale di Milano, Sez. VI, 26.03.2015)>
Cicero, convinto, decide di opporsi al decreto ingiuntivo.
(16.11.2015)

L’infortunio stradale del pedone Cicero

E’ una serata invernale, fredda e piovosa. Tuttavia, Cicero, dopo cena, esce di casa, come ogni venerdì sera, per recarsi a piedi al solito bar del centro città a prendere un caffè e fare quattro chiacchiere con gli amici.
Per il freddo pungente e la pioggia piuttosto intensa, Cicero vuole arrivare al bar il più velocemente possibile. Giunto perciò su corso Risorgimento, strada a scorrimento veloce delle autovetture, decide di attraversarlo senza far uso delle strisce pedonali, collocate a una trentina di metri di distanza circa da dove si trova lui.
Cicero, pur avendo la visuale piuttosto offuscata a causa della pioggia e del buio, vede in lontananza le luci anabbaglianti di un’autovettura in arrivo, in transito su corso Risorgimento. “Ce la faccio, è lontana”, pensa Cicero e inizia l’attraversamento della strada. Purtroppo, nel mezzo della carreggiata, le luci si fanno improvvisamente vicine e Cicero viene investito e scaraventato violentemente a terra da un’autovettura che, frenando solo all’ultimo momento, non riesce a evitare l’impatto con il pedone.
Cicero viene portato con urgenza al pronto soccorso dell’ospedale cittadino ove gli viene diagnosticata una grave frattura alla gamba sinistra.
Ai carabinieri intervenuti sul luogo dell’incidente stradale, il conducente dell’autovettura dichiara: “Con il buio e la pioggia non l’ho visto. Se avesse attraversato sulle strisce pedonali, che sono illuminate da due lampioni, avrei potuto rallentare, frenare ed evitare d’investirlo!”
Il giorno successivo, i carabinieri si recano in ospedale da Cicero per acquisire la sua dichiarazione: “Ho iniziato l’attraversamento di corso Risorgimento dopo aver ritenuto che l’autovettura che stava sopraggiungendo fosse distante. Solo durante l’attraversamento della strada mi sono reso conto che stava sopraggiungendo rapidamente. Al centro della carreggiata, ho visto i fari della vettura che ormai mi erano addosso.  Mi ha investito con la parte centrale del cofano anteriore. Se avesse tenuto un’andatura meno veloce, credo che avrebbe potuto sterzare a destra, evitandomi.”
I carabinieri sanzionano Cicero, in violazione dell’art. 190 Nuovo Codice della Strada, per non aver attraversato sulle strisce pedonali e non elevano alcuna contravvenzione a carico del conducente dell’autovettura.
Dopo oltre due mesi di ricovero ospedaliero, Cicero torna a casa con un serio danno lesivo permanente. “Sono stato davvero imprudente. Oltretutto, essendo mia la responsabilità dell’incidente poiché non ho attraversato sulle strisce pedonali, non posso nemmeno ottenere soddisfazione economica per le lesioni che ho riportato.” Pensa convinto Cicero.

Qualche settimana dopo, Cicero torna al solito bar dagli amici e incontra casualmente Nino, un compagno di classe alla scuola media che non vedeva da molti anni, ora avvocato.
Cicero racconta all’amico avvocato la sua disavventura e il suo rammarico per non poter nemmeno ottenere il risarcimento dei danni per le lesioni permanentemente riportate a causa dell’incidente stradale.
< Considera che il Legislatore ha sempre rivolto una particolare tutela al pedone poiché esso rappresenta, sempre e comunque, la parte debole ed indifesa rispetto al conducente di veicoli >, dice l’avvocato all’amico Cicero. < Sei certo che il conducente della vettura che ti ha investito abbia fatto tutto il possibile per evitare l’impatto? >
< A pensarci bene >, dice Cicero, < la vettura non viaggiava a velocità moderata se si considera che pioveva con intensità, era buio e che mi ha investito quando ero già al centro della strada >.
< Ti faccio notare Cicero che, come ha pure stabilito il Tribunale di Milano (Sez. I Civ. Dott. De Sapia – Sentenza n. 7076 del 17.06.2005), in tema di responsabilità civile da incidente stradale, ai sensi dell’art. 2054, comma I, codice civile, il conducente ha l’onere di fornire la prova liberatoria dell’inevitabilità dell’impatto e, in caso di investimento di un pedone, l’inevitabilità dell’evento dannoso si configura quando l’attraversamento della carreggiata assuma i caratteri della imprevedibilità, per l’oggettiva impossibilità di avvistare la presenza del pedone in prossimità del luogo in cui è avvenuto lo scontro >.
< Ma io sono stato sanzionato dai carabinieri per non aver attraversato sulle strisce pedonali! > afferma Cicero sospirando.
< Poco importa > risponde l’amico. < Non sto mettendo in discussione la tua responsabilità. Indubbiamente, anche tu, con il tuo comportamento, hai concorso all’accadimento dell’incidente. Io discuto della possibilità di attribuire comunque un concorso di colpa al conducente della vettura che ti ha investito. Il fatto che tu ti trovassi già al centro della strada quando ti ha investito l’autovettura dimostra, ad esempio, che essa viaggiava ad una velocità non adeguata alle condizioni ambientali ed atmosferiche al momento dell’accadimento dell’incidente, e ciò non ha consentito al suo conducente di avvistare tempestivamente la tua presenza, osservando i tuoi movimenti, rallentando e frenando in tempo utile >.
< Che cosa mi consigli di fare, allora? >
< Invia una richiesta di risarcimento danni alla compagnia assicuratrice che garantiva per la responsabilità civile l’autovettura che ti ha investito e poi, qualora non ti venisse fatta alcuna offerta, valuta l’opportunità di agire in giudizio per far accertare il concorso di colpa del conducente della stessa nell’accadimento dell’incidente occorsoti e ottenere così, almeno parzialmente, il risarcimento dei danni lesivi che hai riportato >
< Va bene ma quale percentuale di responsabilità potrebbe essere attribuita al conducente dell’autovettura? >
< Una volta promossa la causa, spetterà al giudice valutare gli elementi di fatto a sua disposizione e determinare la percentuale di responsabilità colposa delle parti coinvolte nel sinistro. Ti faccio notare, ad esempio, che il Tribunale di Roma (Sez. XII Civ., 08.11.2005 O. c. Meieaurora, Corriere del Merito, 2006, 3, 295) ha attribuito al pedone un concorso di colpa del 20 %, investito da un veicolo mentre attraversava, fuori dalle strisce pedonali poste a meno di 100 metri di distanza, una strada a scorrimento veloce, a tarda sera e con asfalto reso viscido dalla pioggia. Così come ilTribunale di Milano (Sez. V Civ., 09.08.2006 in Giustizia a Milano n. 7/8 di luglio/agosto 2006) ha riconosciuto un concorso di colpa nella misura di un terzo al pedone che ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, senza concedere la dovuta precedenza al veicolo sopraggiungente e mal valutando la distanza che da questi lo separava e di due terzi a carico del conducente del veicolo per la velocità non consona allo stato dei luoghi e al fatto di non esser stato in grado di effettuare alcuna manovra di emergenza >.
< Mi hai convinto, invierò la richiesta di risarcimento danni alla compagnia assicuratrice e poi ti terrò informato >
(08.01.2014)

Il consenso informato e la responsabilità del chirurgo estetico

Il consenso informato, ovvero l’assenso dell’interessato a subire un trattamento terapeutico, è il presupposto di legittimità dell’azione del medico. La libera scelta di sottoporsi ad interventi è, infatti, tutelata dalla Costituzione e dalla legge. Il consenso deve essere libero e informato e può essere revocato in qualunque momento. Pertanto esso richiede che il paziente, per poter essere in grado di decidere liberamente ed autonomamente se sottoporsi ad un determinato trattamento chirurgico, venga informato in merito ai benefici, le modalità di intervento, l’eventuale scelta tra tecniche diverse, nonché i rischi prevedibili. Il consenso è stato difatti definito dalla più autorevole giurisprudenza espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico e, pertanto, si configura quale vero e proprio diritto della persona e trova fondamento nei principi espressi nell’art. 2 Cost e negli artt. 13 e 32 Cost (vd. Corte Costituzionale del 23.12.08 n. 438).

Nelle ipotesi di chirurgia estetica, il consenso informato assume una veste maggiormente incisiva, in quanto in questa ipotesi il miglioramento fisico, risultato che il paziente intende raggiungere con l’intervento, acquista un particolare significato nel quadro dei doveri informativi cui è tenuto il sanitario, anche perché soltanto in questo modo il paziente è messo in grado di valutare l’opportunità o meno di sottoporsi all’intervento di chirurgia estetica. Sotto questo profilo, le caratteristiche e le finalità del trattamento medico-estetico, impongono un’informazione completa proprio in ordine all’effettivo miglioramento fisico e, per converso, ai rischi di possibili peggioramenti della condizione estetica (vd. Cass. Civ. sez. III del 06.06.14 n. 12830).
Difatti una carenza informativa in casi di chirurgia estetica influirebbe sul libero convincimento del paziente di sottoporsi al trattamento in modo libero e consapevole, rendendo così illegittimo l’intervento.In effetti, in assenza di un’adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili dell’atto terapeutico da cui siano poi susseguite delle conseguenze dannose per la salute, senza entrare nella valutazione della corretta esecuzione in base alle regole dell’arte medica, il medico potrà essere chiamato a risarcire il danno alla salute ex art. 1223 c.c.. In questo caso il risarcimento del danno dipenderà dalla dimostrazione da parte del paziente, anche mediante presunzioni, che se fosse stato informato adeguatamente, non si sarebbe sottoposto a tale intervento chirurgico (Cass. Civ. sez. III del 09.02.10 n. 2847).

(30.06.2014)

La tutela del terzo trasportato

In caso di sinistro stradale può accadere che il soggetto trasportato, quindi colui che non è alla guida del veicolo, riporti delle lesioni alla sua persona o dei danni materiali a cose di sua proprietà. In questo caso il cosiddetto terzo trasportato ha una tutela per i danni subiti in conseguenza del sinistro? Chi ne risponde?
In questa ipotesi il trasportato può richiedere il risarcimento dei danni subiti direttamente alla compagnia assicuratrice del veicolo sul quale si trovava al momento del sinistro.
Difatti, l’art. 141 del Codice delle Assicurazioni (D. Lgs. 209/05) afferma che “salva l’ipotesi di sinistro cagionato da caso fortuito, il danno subito dal terzo trasportato è risarcito dall’impresa di assicurazione del veicolo sul quale era a bordo al momento del sinistro entro il massimale minimo di legge, fermo quanto previsto all’articolo 140, a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”. Viene così prevista una procedura specifica di risarcimento del danno, da attivarsi direttamente nei confronti della compagnia assicuratrice del veicolo mediante la procedura di risarcimento prevista dalla legge.
In ipotesi di più trasportati danneggiati dal sinistro, e qualora il risarcimento superi le somme assicurate, la legge, all’art. 140 del Codice delle Assicurazioni, assicura la risarcibilità dei danni subiti, ma in questo caso specifico i diritti dei danneggiati verso l’assicurazione verranno ridotti proporzionalmente fino alla concorrenza delle somme assicurate.

Il diritto al risarcimento del danno subito dal terzo trasportato, oltre ad essere  disciplinato specificatamente dalla legge, è inoltre principio pacifico in giurisprudenza, la quale, in relazione alla “clausola di guida esclusiva”, ha affermato che “e’ nulla per contrasto alle norme di diritto comune comunitario la clausola di guida esclusiva, che consente all’assicuratore di rifiutare il risarcimento del danno qualora, al momento del sinistro, alla guida vi fosse una persona diversa da quella indicata nella polizza. Tale clausola, comprime, altresì, il diritto inviolabile alla salute, diritto costituzionalmente garantito, irretrattabile ed indisponibile da parte dell’assicuratore. Conseguentemente, la vittima trasportata ha sempre e comunque diritto al risarcimento integrale del danno” (Cass. Civ., Sez. III del 30.08.13 n. 19963).

Nell’eventualità sia necessario rivolgersi all’autorità giudiziaria per ottenere il risarcimento del danno patito, la legge prevede che tale azione non sia immediata alla richiesta di risarcimento, prevedendo, difatti, all’art. 145 C.d.A., la proponibilità dell’azione per il risarcimento dei danni solo una volta decorsi 60 giorni per i danni materiali e 90 giorni per i danni alla persona, decorrenti dalla richiesta di risarcimento da farsi mediante raccomandata a/r, essendo il decorso di tali termini requisito per la proponibilità della domanda al giudice (vd. Cass. Civ., Sez. III del 25.09.12 n.16263).

(10.09.2013)

Infiltrazioni d’acqua nell’appartamento condominiale

Potrebbe accadere, perfino al condomino più accorto e scrupoloso nella cura dell’appartamento, di riscontrare, un giorno, degli spiacevoli inconvenienti all’interno della propria unità abitativa, come macchie d’umidità o, addirittura, vere e proprie infiltrazioni d’acqua. Indagando sulle cause della presenza delle stesse, il condomino potrebbe scoprire, come spesso avviene, che macchie d’umidità e/o infiltrazioni d’acqua sulla parete sono causate, a loro volta, da infiltrazioni provenienti, non dal proprio appartamento, bensì da una parte comune lo stabile. Se così effettivamente fosse, in virtù del disposto dell’art. 1123 c.c., che impone allo stesso Condominio la cura e la manutenzione delle parti di comune godimento, il proprietario che riuscisse a far rilevare il nesso di causalità tra il danno patito e la mancanza di manutenzione della cosa che l’ha provocato, avrebbe pieno diritto alla ripetizione di tutto quanto speso per la riparazione della propria unità immobiliare; dello stesso avviso è la Corte di Cassazione, sez. II civ.: sentenza n. 6128 del 19.04.12: “Quando si verificano infiltrazioni d’acqua in un appartamento che provengono dall’intercapedine tra due edifici che non è stata mai soggetta a manutenzione, il Condominio deve risarcire il proprietario di tutti danni, compresi i costi che il danneggiato abbia dovuto sostenere per prendere in affitto, sia pur temporaneamente, una nuova abitazione risultando la sua abitazione momentaneamente inservibile per l’umidità”.

Ancora, Cassazione civile, sez. II, ordinanza 19.01.2012 n. 778: “Nel caso in cui le infiltrazioni di acqua all’interno di un appartamento provengano da una braga che funga da raccordo tra le tubazioni di scarico verticale e le diramazioni dei singoli appartamenti, e per di più indipendentemente dall’utilizzo degli scarichi nei singoli appartamenti, sorge in capo al Condominio una obbligazione risarcitoria in favore dei proprietari dell’appartamento colpito da umidità ed infiltrazioni di acqua”.

Il condomino potrebbe agire a norma dell’art. 2051 cod. civ. nei confronti del Condominio per il risarcimento dei danni sofferti per il cattivo funzionamento di un impianto comune o per la difettosità di parti comuni dell’edificio – dalle quali provengono infiltrazioni d’acqua pregiudizievoli per gli ambienti di sua proprietà esclusiva – ponendosi quale terzo nei confronti del Condominio stesso, tenuto alla custodia ed alla manutenzione delle parti e degli impianti comuni dell’edificio.

(30.04.2012)

Mobbing tra lavoratori: responsabilità

team-90381_640 Non è raro riscontrare malumori o insofferenze da parte dei propri dipendenti nell’ambito dello svolgimento della loro attività lavorativa. E’ bene dare peso a questo genere di situazioni e prendere celermente gli opportuni provvedimenti poiché se la condizione di disagio dovesse derivare da maltrattamenti o angherie da parte di colleghi o superiori, la circostanza potrebbe integrare un caso di mobbing, species di illecito che può riguardare molto da vicino anche il datore di lavoro. La Corte di Cassazione con sentenza 25 luglio 2013, n. 18093 specifica cosa debba precisamente intendersi per mobbing: “Integra la nozione di mobbing la condotta del datore di lavoro protratta nel tempo e consistente nel compimento di una pluralità di atti (giuridici o meramente materiali) diretti alla persecuzione od all’emarginazione del dipendente, di cui viene lesa la sfera professionale o personale, intesa nella pluralità delle sue espressioni (sessuale, morale, psicologica o fisica)”. Come anticipato però le condotte prospettate dalla Suprema Corte possono essere poste in essere non solo dal datore di lavoro in prima persona, bensì anche da suoi sottoposti e/o da colleghi del lavoratore vessato, ed è, appunto, in situazioni del genere che il datore deve prestare ancor più attenzione: infatti la circostanza che i soprusi non vengano commessi personalmente non vale a renderlo immune da un’eventuale responsabilità civile: Cassazione penale, Sez. IV, 12 luglio 2012, n. 27706, “Può quindi, conclusivamente, affermarsi il principio che ove il comportamento dell’agente venga ritenuto riferibile sia pure marginalmente o indirettamente alle mansioni in concreto esercitate ed affidategli dal datore di lavoro questi deve essere chiamato a rispondere per fatti illeciti commessi dal dipendente in danno di terzi … “.

Parafrasando la Corte, può affermarsi infatti che è sufficiente, per potersi parlare di responsabilità del datore, che le incombenze affidate da quest’ultimo al lavoratore mobbizzante abbiano reso possibile o quanto meno agevolato il verificarsi dell’illecito (occasionalità necessaria).

Il datore di lavoro andrebbe quindi esente da responsabilità civile solo e soltanto nel caso in cui il dipendente, l’autore del fatto illecito, abbia agito con dolo e in ragione di un’iniziativa personale del tutto scorporata dalle mansioni normalmente svolte sul posto di lavoro secondo le direttive del superiore, oppure nel caso in cui il fatto lesivo si sia verificato sul luogo di lavoro solo in via casuale o accidentale.

(30.07.2013)